«Scampati al crollo del piano dell’hotel»

Un maestro di Città Sant’Angelo e la moglie sono tra i sopravvissuti dell’albergo dove sono morte dieci persone
CITTA’ SANT’ANGELO. «Sono vivo, io e mia moglie siamo usciti vivi dall’inferno, da una guerra, non so dire... Non so ancora crederci. Siamo vivi perché la sorte ci ha riservato la stanza 203 dell’hotel Roma, al piano che con la scossa è piombato su quello sottostante schiacciando tutti».
Parla piano e lentamente Valter Nobilio, insegnante elementare di Città Sant’Angelo, 58 anni, quasi a voler così controllare il tumulto che ha dentro e che comunque non riesce a celare. Con la moglie Caterina è tra gli scampati al crollo dell’albergo di Amatrice, ridotto a un ammasso di macerie dalla scossa delle 3.36: si contano 10 morti al momento in quello schianto, una ventina di ospiti sono riusciti a fuggire. Come Valter e Caterina, che nel farlo ne hanno trascinati con sè più d’uno. Per poi scavare e scavare tra i ruderi guidati da gemiti e richieste di aiuto.
«Ero lì di passaggio», racconta l’insegnante riordinando cronologicamente il ricordo, «io e mia moglie stavamo andando verso Norcia dal lago di Campotosto in macchina, una breve vacanza senza i figli. Abbiamo visto che c’era una sagra, poi sapevo che Amatrice era un bel paese, rinomato per il suo piatto tipico, non ci eravamo mai stati e abbiamo deciso di fermarci. La ragazza della pro loco ci ha indicato l’hotel, abbiamo preso una camera e siamo usciti. Siamo rientrati verso mezzanotte, forse era l’una non ricordo più... Ci siamo svegliati qualche ora dopo che sembrava di essere in un frullatore. Era la scossa. Non finiva più. Calcinacci che piovevano, tutto si muoveva, la polvere che non faceva respirare. Mai visto niente del genere. Sono riuscito ad aprire porta a fatica, non vedevo nulla ma avevo una forza incredibile. Fuori le scale non c’erano più. Sentivo urla. Mi sono ricordato che c’era l’uscita di sicurezza, l’avevo notata salendo. Ci siamo avviati a tentoni, ma abbiamo udito una voce di donna che chiedeva aiuto, era una signora che gridava perché era rimasta chiusa nella camera. Siamo riusciti ad aprire anche quella porta e con mia moglie e un’altra coppia siamo andati verso l’uscita di sicurezza dunque. Ma la scala di ferro era caduta giù, nel piano di sotto. Allora ho preso un pezzo cemento e con questo ho cercato di rompere il vetro sopra una porta che era crollata alla nostra altezza, non ci sono riuscito. Ho cominciato a scardinare tutto il telaio, tirato fuori il vetro, un primo pezzo e poi il resto e siamo passati da sotto, riafferrando una rampetta della scale antincendio, da lì siamo arrivati sul terrazzo e quindi in strada».
Con lui e Caterina c’erano la coppia e un signora anziana. «Ci siamo fermati nella piazzetta di fronte all’hotel, era buio, le macerie circondavano la mia macchina parcheggiata lì. Assurdo: era intatta», osservaNobilio.
Un momento per riprendere fiato, ma solo un momento. «Si sentiva una donna che urlava, la voce veniva da sopra», continua l’insegnante, «allora sono “rientrato” nell’albergo, insomma ho rifatto la strada a ritroso e l'ho aiutata a venire fuori. Il primo piano del Roma era una “scatola”: dal soffitto al pavimento non c’erano più di 80 centimetri».
Non finisce qui. «Dopo poco sono arrivati due ragazzi che cercavano dei loro amici che erano nell'albergo», prosegue, «ma erano nel piano “schiacciato”. Loro chiamavano e si sentivano voci tra le macerie. Così ci siamo messi a scavare come potevamo in direzione delle urla di una ragazza, finalmente abbiamo visto la luce del telefonino che lei teneva accesa e ci siamo creati un varco tra i calcinacci fino a raggiungerla e tirarla fuori. Ma il marito, che credo fosse figlio o comunque parente dei proprietarii dell’hotel, Alessio, era intrappolato, steso sul letto con la parete del bagno addosso che lo schiacciava e non si riusciva a tirarlo fuori. Non so come uno dei ragazzi ha trovato un martello, e con quello e delle pietre ci siamo messi a sbriciolare il muro. Siamo stati due ore a battere, si era fatto giorno quando lo abbiamo liberato. Era vivo. Non sapevamo dove allungarlo e lo abbiamo sistemato nella mia auto».
Intorno lamenti e gemiti. «Li sentivamo, ma non potevamo fare nulla». Intanto sono arrivati i primi soccorsi, la protezione civile. «Ho chiesto di fare una telefonata e ho chiamato mio cognato che è venuto a prenderci».
E ora come sta? «Ora è difficile dormire».
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