Scarpette da ballo magliette e cartelli: sit-in a passo di danza

Ieri il presidio in piazza Italia con il mondo delle palestre Gli insegnanti: «Siamo stanchi di non essere riconosciuti»
PESCARA. Sono scesi in piazza sulle note dell’intramontabile successo dei Queen “The show must go on”, schierandosi davanti al palazzo della prefettura con scarpette da ballo, abiti di scena, magliette e cartelli con la scritta “Io vivo di danza”. Qualcuno ha portato con sé i manubri della sala pesi della palestra, un’insegnante si è sciolta in lacrime mentre ripercorreva i sacrifici fatti in questi ultimi mesi, una mamma ha fatto recapitare una lettera in cui ha raccontato l’amore e la dedizione di suo figlio, ma anche l’impegno e l’abnegazione nei confronti di questa importante disciplina che è stata relegata tra quelle a rischio contagio e quindi da non potersi praticare almeno fino al 24 novembre prossimo.
Loro, i diretti interessati, una cinquantina tra titolari e direttori di palestre, scuole di danza, rappresentanti delle associazioni sportive dilettantistiche, operatori culturali e sportivi, insegnanti di ballo e istruttori di sala, titolari dei negozi di abbigliamento e accessori per la danza di Pescara, Ortona e Pineto, hanno messo in scena il loro disappunto con una protesta pacifica e rispettosa, com’è nello stile di un ballerino e di un atleta, ma non hanno risparmiato critiche nei confronti del governo che ha imposto loro la chiusura dopo appena due mesi in cui le attività erano riprese adattando corsi, spazi e attrezzature ai diversi protocolli anti contagio. «Siamo qui per dire che il nostro lavoro è essenziale, che non siamo invisibili», ha preso la parola l’insegnante di danza classica, moderna e propedeutica Cecilia Tini, «abbiamo fatto investimenti enormi per riaprire in sicurezza perché ci avevano detto che dovevamo convivere con il virus e adesso, nonostante non ci siano evidenze scientifiche, perché non esistono dati che dimostrano che ci si è contagiati nelle nostre strutture, hanno deciso di farci chiudere e di condannare l’intero settore al tracollo, proprio mentre gli utenti avevano preso fiducia». «Non siamo irresponsabili, negazionisti o eversivi», aggiunge l’insegnante di ballo, «abbiamo accettato le restrizioni dello scorso lockdown, ma adesso tutto questo ci sembra privo di logica perché i veri contagi non avvengono nei nostri centri, dove si rispettano alla lettera le regole, ma sui mezzi di trasporto affollati e nelle scuole». «Non siamo stati nemmeno nominati dai decreti», aggiunge la collega Taissia Kozina, «eppure a settembre, visto che volevamo lavorare, abbiamo fatto investimenti e accettato tantissimi compromessi anche complicati da gestire: distanze di due metri tra ogni allievo durante le attività fisiche, che nella danza già esistevano ma non c’erano postazioni fisse, gruppi chiusi di una manciata di allievi per volta, genitori non ammessi nei locali tranne un accompagnatore per i bimbi di 4 anni, uso delle mascherine negli spazi in comune, da togliere solo durante il ballo, mai per le insegnanti. E poi igienizzazione delle mani all’ingresso, scarpe da togliere prima di entrare nello spogliatoio e body indossato rigorosamente sotto i propri vestiti». Poi c’è il capitolo delle pulizie «con straccio e disinfettante alla fine di ogni lezione», l’acquisto di «sbarre nuove per permettere il distanziamento» e, infine, «un dipendente fisso alla reception per controllare il rispetto delle regole».
Tanti sacrifici che si sono infranti di fronte alle misure restrittive del nuovo decreto. Una mamma, Monica, ha scritto di proprio pugno una lettera per raccontare come «la danza sia una passione ancestrale per tanti bambini come mio figlio perché danza vuol dire impegno, sacrificio, musica, passi ed emozioni» e che adesso, chiusi i centri sportivi, culturali e ricreativi, i piccoli si troveranno in giro a non fare nulla. In piazza, in rappresentanza dei negozi di articoli di danza, anche Assunta Granata e Carmela De Lauretis che da una settimana «pur non accedendo ad alcun ristoro, visto che facciamo parte dell’abbigliamento, siamo in realtà chiusi perché collegati direttamente all’indotto delle scuole».
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