Scatta l’allarme reinfezioni: «Colpiti medici e giovani»

Un guarito su 50 si sta riammalando. Fazii: «Solo con il vaccino i sintomi sono lievi»
L’incubo Covid non finisce dopo la prima guarigione. Lo testimoniano le 17.720 persone che hanno ripreso la malattia una seconda volta, nell’area del Sud Italia, solo nell’ultimo mese. E tra questi ci sono anche gli abruzzesi. Il numero di reinfezioni è in crescita, così come la probabilità di contrarre il Covid una seconda (o una terza) volta.
Lo testimonia l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che prende in considerazione le reinfezioni dal 24 agosto 2021 al 9 gennaio 2022: sono state il 2,7% dei casi totali e nell’ultima settimana sono salite addirittura al 3,2%, rispetto all’1% registrato da ottobre a inizio dicembre.
«I motivi per cui sono aumentate le reinfezioni sono due», spiega il virologo Paolo Fazii, direttore del laboratorio della Asl di Pescara, «il primo ha a che fare con la nuova variante: Omicron è molto più trasmissibile rispetto a quelle precedenti, nonostante sia meno letale. In più c’è anche un discorso di comportamento: chi si è vaccinato tende ad abbassare la guardia pensando che il virus sia meno pericoloso di prima. Ma non è così».
CHI RISCHIA DI PIù
I non vaccinati, ovviamente, gli operatori sanitari ma anche i giovani: sono queste le categorie che rischiano maggiormente di prendere il Covid anche dopo essere già guariti una volta
. Sempre secondo l’Iss, infatti, sono stati 21mila i casi di reinfezione tra i no vax tra metà dicembre e metà gennaio, 2.800, invece, i contagi tra i vaccinati con almeno una dose, al momento della prima diagnosi, e 65 mila tra coloro che hanno ricevuto il vaccino dopo il primo dei contagi.
Nella categoria degli operatori sanitari, a livello nazionale, le reinfezioni sono state oltre 4mila in un mese, a fronte di 37 mila prime diagnosi. «Questa ondata di reinfezioni tra medici e infermieri si spiega abbastanza facilmente», precisa Fazii, «sono costantemente in prima linea nella lotta alla pandemia, ed è per questo che hanno più possibilità di contrarre nuovamente il Covid».
Il dato interessante sulle reinfezioni da Covid riguarda anche le fasce di età. Secondo i dati dell’Iss, si sono riammalati più i 20-39enni (39 per cento del totale delle reinfezioni), seguiti dai 40-59enni (34%). A livello geografico, il 74% dei secondi (o terzi) contagi è avvenuto nel Nord Italia, l’8,3% nel Centro Italia e il 17,7% nelle Regioni del Sud.
«Come mai i più giovani rientrano nel tunnel della malattia? Questo meccanismo si ricollega a ciò che dicevo all’inizio», sottolinea Fazii, «tendenzialmente i giovani sono meno attenti e utilizzano meno precauzioni. Possono anche avere più occasioni di socialità e maggiore probabilità di trovarsi in contesti affollati. Molti di loro, addirittura, non pensano neanche di potersi ammalare».
L’IMPATTO DI OMICRON
Il Ministero della Salute definisce «caso di reinfezione» la persona che contrae il Covid a distanza di almeno 90 giorni dalla malattia precedente, oppure a meno di 90 giorni ma con un ceppo virale diverso. In questo senso, secondo uno studio inglese, con la nuova variante Omicron il contagio dopo una guarigione è 5 volte più frequente rispetto a quanto avviene con Delta. Dunque la protezione offerta da una precedente infezione si sarebbe ridotta, nei confronti di Omicron, al 19% (rispetto all’85% calcolato con altre varianti). «Ma in linea di massima chi si reinfetta una seconda volta, e soprattutto chi prende Omicron, non ha grossi problemi», rassicura Fazii, «solitamente si diventa positivi ma asintomatici, oppure si sviluppano sintomi molto lievi». È improbabile, poi, che dopo aver preso una variante si venga reinfettati dallo stesso ceppo, perché durante un’infezione l’organismo produce una risposta immunitaria specificamente diretta contro il virus responsabile. Al tempo stesso, però, gli esperti sostengono che essere guariti da una delle due varianti potrebbe non proteggere dall’altra.
«Ma ci tengo a ribadire anche un’altra cosa», conclude Fazii, «è vero che Omicron crea pochi problemi, soprattutto a chi la contrae con una seconda infezione. Ma non deve passare il messaggio che si tratti di un banale raffreddore: secondo l’ultima rilevazione che avevamo fatto sui pazienti in terapia intensiva, circa 1 su 4 aveva la variante Omicron: principalmente sono no vax o persone con altre patologie, età molto alta. Ma il nuovo ceppo non può passare come una banale influenza».

