«Se fossi disoccupato, non esiterei a partire»

Parla un pizzaiolo diplomato al corso Confcommercio: differenze culturali, ma esperienza importante
PESCARA. Un settore in pieno sviluppo che negli ultimi anni è cresciuto molto e rapidamente. Se nell'universo della ristorazione la pizzeria è stata fino a oggi un fratello minore, da un po' si registra un incremento di iniziative imprenditoriali e sbocchi occupazionali per questo segmento ristorativo, tanto che è di questi giorni l'annuncio per un’offerta di lavoro a pizzaioli reso pubblico da una società di San Giovanni che ha scelto di investire in Cina.
Il business migliore. «Nel settore è il business che tiene meglio» conferma Valerio Valle, docente di formazione pizzaioli per la Confcommercio di Pescara, da anni tra impasto e forno nella sua Compagnia della Pizza di Giulianova, che ha appena inaugurato la pizzeria Fratelli Valle a Roseto.
«I pizzaioli», prosegue Valle, «hanno investito molto nella formazione, è migliorata la media del prodotto e grazie alla ricerca anche commerciale il mondo della pizza si è evoluto. Oggi, fare il pizzaiolo è quasi come fare lo chef, non basta più conoscere una ricetta tramandata di padre in figlio ma c'è bisogno di studio, tutto ciò ha fatto salire qualitativamente il livello».
Mercato ampio. Dal punto di vista economico, secondo Valle, se in Italia non è cambiato molto, all'estero invece, in generale, il mercato della pizza parla il linguaggio dei grandi numeri. Un mercato solo all'apparenza saturo, perché di pizzerie se ne incontrano davvero in tutto il mondo, che in realtà ha ancora tanto spazio da conquistare, con un'asticella della qualità che cresce costantemente e si fa sentire anche nel giro d'affari. Se attualmente in Italia il prezzo medio di una Margherita varia dai 3,50 euro di Napoli agli 8 di Milano, passando per i 6 euro dell'Abruzzo, all'estero si va dagli 8 euro degli Stati Uniti ai 12 della Francia con nel mezzo il costo medio di 10 euro per i clienti tedeschi.
La qualità. «Ancora una volta a fare da spartiacque è la qualità», commenta Valle, «e non è così semplice trovare una pizza davvero genuina e ben fatta all'estero. Fino a oggi, gli italiani che andavano via per aprire in Paesi stranieri erano quelli che in Italia non riuscivano a emergere, ora invece la clientela non si accontenta più, la gente vuole un prodotto realmente italiano al gusto, perciò chi si forma per bene trova la sua strada, come il 40 per cento dei nostri allievi». Per questo, secondo Valle, l'idea di una pizzeria abruzzese in Cina non può che essere un apripista in un mercato in forte espansione che può dare frutti abbondanti nonostante le difficoltà date dalle distanze, specie nella cultura alimentare, con il popolo cinese.
I timori. Ed è questa la cosa che forse spaventa un po' Andrea Cristoforo, giovane pizzaiolo 22enne di Pescara, nel considerare un'offerta di lavoro in Cina.
«Al momento, dopo il corso di formazione, ho trovato lavoro nella pizzeria al Civico 53 di Francavilla, ma se fossi disoccupato prenderei seriamente in considerazione questa offerta, anche se mi sembra una destinazione davvero troppo lontana e se forse mi spaventa un po' la differenza culturale. Però, prese le misure, alla fine sceglierei di andare, è sempre un'esperienza importante».
Successo sicuro. E sul successo dell'iniziativa imprenditoriale Andrea non ha dubbi come il suo maestro: «Secondo me siamo i numeri uno al mondo in fatto di cibo e ristorazione, quindi esportare la pizza in un Paese che sta crescendo più degli altri è di per sé un successo, d'altra parte i cinesi vengono qua a fare le foto al Colosseo, quindi si mangeranno pure la pizza».
Il giovane pizzaiolo pescarese esordirebbe in Cina studiando i gusti dei padroni di casa, magari con una pizza bianca con salmone affumicato e rucola, ma fuggendo la tentazione del riso.
I gusti cinesi. Valerio Valle sorvolerebbe invece sui possibili gusti dei cinesi, proponendo una pizza con ingredienti nostrani, con zafferano, porcini e salsiccia magari, «perché il segreto del nostro successo sta nel far conoscere la cultura pizzaiola italiana», osserva Valle, «non nell'avvicinare la nostra pizza alle loro aspettative in tavola. La vera pizza italiana è per lo più sconosciuta in Cina e chi ha possibilità e contatti per investire lì trova la nuova America. Ma la pizza all'estero va fatta come piace agli italiani: è un errore adattarla ai gusti del luogo, anche perché ciò che è buono per noi, di regola, risulta buono in tutto il mondo».
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