«Secchi, funi, ruspe, barche: così li abbiamo salvati»

13 Settembre 2014

Olivieri (Centro Studi Cetacei): qualcosa li ha spaventati, forse le trivelle in Croazia Oggi l’esame necroscopico dei tre cetacei che non ce l’hanno fatta

VASTO. Forse i capodogli hanno avuto paura, sono risaliti in superficie troppo in fretta, e alla fine si sono spiaggiati. Ipotesi che troveranno conferma nelle prossime ore grazie alle necroscopie sulle carcasse dei tre esemplari spiaggiati sulla riva della spiaggia di Punta Penna.

Un occhio esperto che ha seguito i cetacei da che è stata annunciata la situazione di emergenza è quello di Vincenzo Olivieri, presidente del Centro Studi Cetacei Onlus. È arrivato sul posto con altre sei persone, ha cercato con altre decine di trarre in salvo i capodogli che manifestavano le migliori condizioni fisiche, li ha seguiti sino a che non hanno ripreso il largo.

Una giornata difficile ma insieme emozionante, sotto gli occhi di tanti curiosi che si sono scoperti volontari, ma anche di tanti turisti che al pomeriggio, nei pressi della spiaggia chiedevano: «Scusi, per le balene?».

Dottor Olivieri, ieri mattina una volta a Punta Penna, cosa ha visto?

«Ho subito notato i sette capodogli sulla riva, riscontrando che erano molto vicini tra loro, contrariamente a quanto è accaduto in altre occasioni quando i cetacei erano sparsi nell'arco di diverse centinaia di metri. Quelli di ieri erano stretti in 200 metri, sotto gli occhi di tanti curiosi».

Alcune ore dopo, nel pomeriggio, quattro cetacei hanno ripreso il largo, ma come?

«Sì, quattro capodogli sono vivi, e di questi tre sicuramente in buone condizioni. Su uno di loro ho qualche perplessità, ma al momento (ieri pomeriggio, ndc) non c'è stato spiaggiamento. Li abbiamo riportati nel loro ambiente, dapprima a circa 500 metri dalla riva per mezzo di funi, barche e grazie ai volontari. Poi li abbiamo seguiti per valutare il nuoto. Tre di loro avevano un ritmo respiratorio accettabile, uno si è immerso prima che riprendesse regolarmente a respirare, ma poi ha proseguito il percorso».

In che modo le operazioni sono state condotte anche grazie ai volontari?

«Dei tanti curiosi che si sono avvicinati in spiaggia, molti hanno aiutato a trainare i capodogli in mare. Erano circa 150 persone, una scena molto commovente».

Adesso quali saranno i prossimi passaggi?

«Si è costituito un tavolo tecnico in Comune con tutte le autorità coinvolte per organizzare le necroscopie che accerteranno le cause dei decessi. È in arrivo il gruppo di pronto intervento dell'università di Padova per eseguirle, poi sapremo dire qualcosa in più. Per ora possiamo formulare solo ipotesi per spiegare il fenomeno».

Per esempio?

«In letteratura internazionale si riconosce un nesso tra attività di ricerca petrolifera e lo spiaggiamento dei capodogli, così come tra le attività dei sonar militari e lo stesso fenomeno. Non credo si sia trattato di quest'ultima possibilità, mentre la prima ipotesi è più probabile. La spiegazione è nel fatto che i cetacei si spaventano tantissimo per i rumori e le vibrazioni prodotte dalle attività estrattive, risalgono velocemente in superficie e parliamo di animali che scendono anche a 2500 in profondità. Diventano così vittime di una specie di embolia, la chiamo così per semplificare, e quando riemergono soffrono di una malattia da gas che poi le uccide. Questo è quello che dicono i manuali. Prima di avere la certezza, però, è necessario attendere i risultati delle necroscopie, solo dopo si potrà dare una spiegazione vera e propria».

Paola Toro

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