Selfie pericolosi e bullismo: 500 a lezione dalla Polpost

I ragazzi delle scuole di Pescara e Montesilvano ospiti del truck della polizia
PESCARA. Cinquecento ragazzi delle scuole medie e superiori di Pescara e Montesilvano hanno risposto all’invito della Polizia di Stato che ieri mattina era presente anche in piazza Salotto, come in tutta Italia, con il truck «Vita da social» per informare i ragazzi delle insidie e delle opportunità del web. Un’occasione sfruttata a pieno dagli studenti per fare domande e chiedere delucidazioni su password, video, facebook e whatsapp direttamente agli addetti ai lavori, gli investigatori della Polizia postale presente ieri al gran completo con il comandante Elisabetta Narciso, alla presenza anche del questore Paolo Passamonti, del direttore provinciale delle Poste Angela Zappacosta in quanto partner dell’iniziativa, e dei testimonial dell’evento abruzzese, vale a dire Vincenzo Olivieri e Marco Papa che, coinvolti da ’Nduccio, hanno tradotto in comicità e risate l’unico messaggio che alla fine doveva passare: «State attenti, la rete è piena di trappole, drizzate le orecchie», come ha detto Marco Papa e come ha rimarcato il questore: «La polizia è vicina alle nuove generazioni per evitare che cadano nelle storture della rete».
E di storture ce ne sono a iosa, come spiegano gli investigatori della Polizia delle poste e Comunicazioni. Storture in cui i primi a cadere sono i ragazzini, le ragazzine soprattutto, tra i 12 e i 15 anni oggi protagoniste di fenomeni come il sexting, selfie a sfondo sessuale in cui si ritraggono in pose ammiccanti o mostrando parti intime immortalate in video e filmati che inviano al fidanzato o alla cerchia di amici, o il cyberbullismo di cui le cronache nazionali si sono occupate proprio in questi giorni con l’episodio della sedicenne di Genova che ha malmenato una dodicenne pubblicandone il video su facebook.
Un episodio che, come riferisce l’ispettore Alessandro Clementi, della sezione “computer crime” della Polpost, richiama fenomeni meno eclatanti, ma comunque sempre di cyberbullismo registrati anche a Pescara e a Montesilvano. «Tante volte sono gli stessi professori a segnalare la cosa, ma sono anche i genitori a cui dopo aver provato a mascherare il disagio e la paura, il figlio racconta quello che sta vivendo. Perché bisogna pensare che il bullismo sulla rete replica la violenza fisica con la violenza di tipo psicologico. Se prima, quando non c’era la rete ma c’erano comunque i bulli, le violenze si subivano fuori, ma a casa il ragazzo si sentiva al sicuro, adesso no, perché con i video e le foto di quegli episodi fatti girare sui social il bullo entra nella vita del ragazzo preso di mira e lo vittimizza ulteriormente. È capitato che alcuni dei ragazzi che hanno denunciato ci dicessero “era meglio se mi menava e basta, adesso tutti mi prendono in giro”. Perché, com’è successo, una volta affrontata fisicamente la ragazzina presa di mira, la stessa viene denigrata ulteriormente sui social». E i genitori, come possono intervenire?
«Facendo i genitori», afferma l’ispettore, «perché non c’è un programma che li sostituisce. Molti pensano che mettendo password su tutte le applicazioni blindino il proprio figlio, ma non è con la repressione che si evita il poblema, ma con la formazione e il controllo, anche dello stato d’animo del figlio. È chiaro che se si mette in mano un telefonino di ultima generazione a un ragazzino di 11, 12 anni le probabilità di utilizzare piattaforme come facebook e whatapp aumentano, e questo lo si potrebbe evitare iniziando con telefonini semplici, considerando pure che per il codice civile italiano devi avere 18 anni anche per intestarti una Sim».
Perché poi anche evitando facebook, è su piattaforme come whatsapp, peraltro preferita dai ragazzi più piccoli, che si rischia di più. Con il sexting, ad esempio, la moda di fotografarsi semi nudi, in pose provocanti e maliziose e di far girare poi girare il selfie tra la cerchia di amici oppure solo inviandolo al proprio fidanzato, perché sono soprattutto le ragazze a farlo. Ma succede che a 12-13 anni la storia d’amore dura al massimo un paio di mesi, succede che magari si litiga e quelle foto diventano allora uno strumento di vendetta, divulgate nella cerchia di amici della ragazza. «Capita spesso che questo tipo di selfie», va avanti l’ispettore Clementi, «venga scattato nei bagni della scuola e altrettanto spesso, com’è successo, sono i professori stessi a scoprirlo e a segnalarlo. È un fenomeno che riguarda la fascia di età tra i 12 e i 15 anni, in cui le ragazzine vanno più in competizione anche con le più grandi e iniziano a capire che il sesso apre le porte all’esterno, permettendogli di entrare, purtroppo, anche nel mondo degli adulti».
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