«Senza casa e lavoro, nessuno ci aiuta»

7 Luglio 2017

Parla il portavoce della comunità sfrattata un mese fa da via Ariosto. Un gruppo di sfollati è tornato a dormire in spiaggia

MONTESILVANO. «Siamo rimasti senza casa, senza lavoro, senza un luogo di culto. Praticamente siamo persone morte, per giunta siamo vittime di una guerra razziale». È lo sfogo accorato quello di Samba Mbengue, 58 anni, padre di 8 figli che vivono in Senegal, per 16 anni residente con la moglie in via Ariosto, in una casa da cui, ormai oltre un mese fa, è stato sfrattato. La stessa sorte condivisa con un centinaio di connazionali che abitavano nei 20 appartamenti delle palazzine Tillia e Viola, quartiere Pp1, e che dal giorno dello sgombero ormai vivono come sospesi, in attesa di una nuova sistemazione che fatica ad arrivare. Perché, per loro, quegli alloggi dichiarati inagibili a causa di problemi strutturali e igienico-sanitari, senza neanche i riscaldamenti d’inverno, non erano solo ricoveri per la notte, ma case in cui vivere, lavorare, mangiare e pregare.
E soprattutto erano case per le quali i senegalesi pagavano un affitto, seppur non in tutti i casi regolare. Sicuramente versato con puntualità. A dimostrarlo sono le centinaia di ricevute che gli ex inquilini di via Ariosto mostrano e che raccontano di circa 10 mila euro al mese (500 euro ad appartamento) incassati dai proprietari che non hanno mai pagato gli interventi di manutenzione. «Abbiamo smesso di pagare 3 mesi prima dello sgombero», spiega Samba, che ora è presidente del comitato di via Ariosto, nato all’indomani del blitz, «quando il sindaco ci ha avvertito che dovevamo andare via. Ma dove potevamo andare? E poi perché i proprietari non ce lo hanno comunicato?». Da allora, i senegalesi hanno cominciato a cercare soluzioni alternative, poco dopo si sono ritrovati in mezzo alla strada, e ora trovarle sembra quasi impossibile.
«Ci hanno svegliato all’alba per chiederci i documenti. Ho mostrato i miei e quelli di mia moglie. Tutto era perfettamente in regola, ma dovevo andare via lo stesso», prosegue Samba. «Per fortuna ero tornato da pochi giorni dal Senegal, altrimenti non so come avrebbe fatto lei da sola». Da quel giorno, la vita di Samba e di un centinaio di suoi connazionali è cambiata improvvisamente. «Siamo ospiti di alcuni amici a Silvi, ma da un mese dormiamo sul divano e non abbiamo più un lavoro», prosegue l’uomo spiegando che insieme alla moglie si occupava di preparare i pasti per la comunità. Tanti senegalesi hanno trovato accoglienza temporanea da parenti e amici, mentre è andata peggio a un gruppo di 20 persone che da allora vive sulla spiaggia. «Prima dormivano vicino ai grandi alberghi», dice Samba, «poi il Comune ha offerto una sistemazione per 10 giorni e da due sono nuovamente sulla spiaggia».
Il gruppo dorme sotto il pontile all’altezza di via Filandia e trascorre le giornate sul lungomare in attesa di una soluzione che stenta ad arrivare. «Abbiamo avuto tanti incontri con l’amministrazione comunale, ma nessuna soluzione concreta è stata trovata», continua il portavoce della comunità, affiancato da Samb Baba e Patrizio Di Pietrantonio, del sindacato Usb Abruzzo, che sta offrendo sostegno ai senegalesi. «Non vogliamo una casa gratis. Chiediamo di poter continuare a pagare l’affitto. Ma quando i proprietari sentono che veniamo da via Ariosto si tirano indietro. Vorremmo che il Comune facesse da intermediario, che garantisse per noi. La situazione è addirittura peggiorata dopo la manifestazione razzista di domenica, alla quale hanno partecipato anche il vicesindaco e il presidente del Consiglio comunale».
I senegalesi si sono sentiti offesi, non tanto dalla manifestazione in sé, ma dall’azione di chi ha provato a cacciarli dalla spiaggia e dalla pineta sostituendosi alle forze dell’ordine.
«Dopo venti anni a Montesilvano, pensavamo di aver raggiunto lo status di cittadini. Purtroppo, ci sbagliavamo». Il comitato e l’Usb chiedono all’amminjistrazione comunale di collaborare alla ricerca di una soluzione concreta. In caso contrario, si dicono pronti a portare il caso all’attenzione della Regione attraverso un sit-in.
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