«Senza casa e mandato via dalla Caritas»

8 Maggio 2014

Lo sfogo di un assistito alla Cittadella dell’accoglienza: ho perso il lavoro, ma dopo due mesi nessuno vuole più aiutarmi

PESCARA. Pasquale Grassi aveva una casa e anche un lavoro. Poi, in pochi mesi, si sono sgretolate tutte le sue certezze e così, da febbraio, ha chiesto aiuto alla Cittadella dell’accoglienza di via Alento, gestita dalla Caritas. Lì ha dormito e mangiato per oltre due mesi fino a due giorni fa, quando gli operatori gli hanno detto che non poteva più rimanere visto che bisogna garantire la rotazione per la permanenza di tutti i bisognosi. Così Pasquale, 59 anni e in Abruzzo da 18, non ha saputo più dove andare e, per una notte, ha dormito su un treno, per poi svegliarsi all’alba e rimettersi in cammino per trovare una soluzione.

La storia di Pasquale Grassi è comune a quella di tanti altri cittadini messi in difficoltà dalla crisi e dalla perdita del lavoro. Persone abituate ad essere economicamente indipendenti e che, tutt’a un tratto, si ritrovano ad avere bisogno e, piene di dignità, a chiedere aiuto.

Oggi il cinquantanovenne, originario della provincia di Bari, chiede un posto dove andare a dormire, si arrabbia con la Caritas che non può più ospitarlo, dice che protesterà e scriverà anche al vescovo Tommaso Valentinetti. «Sono fuori, in strada, e non sono più un giovinetto», dice, «mentre ci sono posti vuoti e ragazzi giovani al caldo nel dormitorio».

Il suo calvario è iniziato lo scorso autunno. L’affitto da pagare e i soldi che mancano per il lavoro di agente di commercio che non c’è più costringono l’uomo, separato e da solo a Pescara, a cercare un’alternativa. A febbraio trova ospitalità alla Cittadella, che gli rinnova la permanenza una, due, tre volte fino a coprire oltre sessanta giorni all’inizio di maggio. «Poi mi hanno detto che non potevano rinnovarmi più, perché mi manca un progetto di lavoro», racconta, «ma io mi sono offerto come volontario nella struttura. Parlo inglese, francese e tedesco, so fare tanti lavoretti, sono a disposizione, ma mi hanno detto di no». E fino a che non troverà un impiego non potrà rientrare. «Il mio rammarico è dovuto al fatto che siamo figli e figliastri», dice, «trattati diversamente e senza considerare le condizioni di età e di salute degli utenti. Io non mi sono mai vergognato a chiedere aiuto, ma voglio essere trattato con dignità».

Grassi racconta che alla Cittadella è stato bene, sia in dormitorio che alla mensa a parte qualche piccola discussione con qualche operatore, ma d’altro canto spera presto di non aver più bisogno del vitto e dell’alloggio della Caritas: «Io non sono un barbone, non amo questa vita. Appena le mie condizioni lavorative e di vita miglioreranno io me ne vado, non voglio gravare su chi deve aiutare chi ha bisogno. Ma ora sono io che ho bisogno e, come me, alcuni altri amici della mia stessa età». L’uomo continua ad usufruire della mensa della Caritas a pranzo e a cena, ma non può tornare a dormire e ora oltre a cercare un lavoro cerca anche un alloggio. Sono decine secondo la Caritas, gli utenti italiani e pescaresi che si recano in mensa per mangiare, a volte con la famiglia. L’assistenza col persistere della crisi ha dovuto allargare la propria attività ed arrivare a realtà cittadine disagiate, dove fino a qualche anno fa non avrebbe immaginato.

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