Sequestro di persona, inflitti 17 anni e mezzo

Maxi pena per il marocchino che segregò un giovane facendosi consegnare 200 euro per liberarlo
CHIETI. Diciassette anni e mezzo di carcere per un sequestro di persona a scopo estorsivo che ha fruttato appena 200 euro. È la condanna inflitta dalla Corte d’assise di Chieti (presidente Guido Campli, giudice a latere Luca De Ninis) a Driss El Amri, marocchino 24enne accusato di aver segregato e picchiato brutalmente un ragazzo liberandolo solo dietro il pagamento del riscatto da parte della madre.
L’episodio è avvenuto in un appartamento di Pescara il 26 marzo del 2019 dopo una discussione nata per motivi di droga. Il pubblico ministero Stefano Gallo aveva sollecitato una pena meno pesante, 11 anni e 4 mesi di reclusione, chiedendo il riconoscimento della «lievità del fatto» e del «danno patrimoniale di speciale tenuità». Ma i giudici hanno concesso solo la prima attenuante.
Quel giorno, stando alla ricostruzione della polizia, Driss ha incontrato una coppia di italiani: Manuel C., pescarese di 22 anni, e Valentina B. (20), di origini milanesi. I tre, che già si conoscevano, si sono drogati insieme. Poi il marocchino, con una scusa, è riuscito ad attirarli nella sua abitazione. Qui hanno assunto altro stupefacente. Dopo un po’, però, è scattata la trappola. Il 24enne ha cominciato ad accusare Manuel di avergli rubato una parte della droga. Per il giovane pescarese, è stato l’inizio di un incubo. Per dirla con le parole del pm, l’imputato «privava della libertà personale Manuel C. per costringerlo a consegnare una somma di denaro come prezzo per la sua liberazione». In particolare Driss, armato di coltello, «dietro minaccia di morte e di violentare la compagna Valentina B.», lo ha denudato e picchiato «continuamente fino a rompergli il naso». A quel punto, il marocchino ha iniziato a chiedere soldi, obbligando la vittima «a contattare la sorella per farle fare un versamento di denaro su una carta di credito Postepay» e, al tempo stesso, la costringeva «a tranquillizzare la donna che voleva sue notizie e le motivazioni del versamento richiesto». Ma la sorella ha compreso subito che qualcosa non andava e ha allertato la madre, che ha proposto un incontro alla stazione ferroviaria di Porta Nuova per consegnare i soldi. Il marocchino ha accettato la soluzione, prendendo i 200 euro e liberando il 22enne. Il mese successivo è scattato l’arresto: l’ordinanza di custodia cautelare gli è stata notificata in carcere, a Bari, dove era detenuto per altri reati.
Ma gli inquirenti contestano a Driss anche un altro episodio: in questo caso a essere vittima di estorsione è stato un amico di Manuel, un 67enne, che il 22 marzo – ossia quattro giorni prima del sequestro di persona – è stato costretto a dare 15 euro. Il 24enne è riuscito con uno stratagemma a salire sull’auto della vittima, minacciandola che l’avrebbe sfregiata e riempita di botte. Gli ha puntato anche una chiave al collo e ha tentato di strozzarlo con la cintura di sicurezza. Poi però, giunto con l’auto davanti a una caserma dei carabinieri, si è fermato di colpo: suonando ininterrottamente il clacson, ha fatto scattare l’allarme.
«I fatti contestati», ha detto il pm, «sono realmente avvenuti. La versione dell’imputato è totalmente inverosimile: è un castello di sabbia che si sgretola sotto un’onda piccola. La vicenda è venuta fuori quando Manuel si è recato in pronto soccorso raccontando di essere stato brutalmente picchiato. Una volta tornato a casa, era talmente terrorizzato da Driss da chiudersi nel suo appartamento per il timore di incontrarlo. Ha raccontato quello che gli era capitato solo nel momento in cui un poliziotto che conosceva è andato a casa sua. È evidente come i soldi ricevuti da Driss siano il prezzo per la liberazione di Manuel: lo dimostra anche il fatto che alla madre è stata inviata una foto del figlio con il volto tumefatto per dimostrare che era vivo. La vicenda si è verificata in un ambiente moralmente provato in cui l’imputato, anch’egli uomo ai margini, riusciva a svoltare la giornata imponendosi sulle persone deboli con la sua carica di violenza». Per la difesa, rappresentata dall’avvocato Pierfrancesco Ruscitti, i 200 euro sono invece «serviti per ripagare la cocaina rubata e non rappresentano in alcun modo il prezzo per la liberazione del giovane: l’aggressione non è mai avvenuta. Driss non è un mostro, non è un delinquente incallito come è stato descritto».

