Sevel dice addio a 100mila maxi furgoni

Atessa, i sindacati lanciano l’allarme dopo la decisione dei francesi di Psa: fa paura la nascita di un concorrente in Polonia
ATESSA. La sveglia per Sevel e l’Abruzzo è suonata ieri l’altro in tarda serata con un comunicato in inglese arrivato direttamente dal partner francese di Fca, il gruppo Psa (Peugeot-Citroen) che ora comprende anche i marchi Opel e Vauxhall: entro la fine del 2021 Psa comincerà a produrre furgoni commerciali di grandi dimensioni in Polonia, nello stabilimento di Gliwice dove ci si prepara ad un periodo di almeno 10 anni di produzione e a 100mila veicoli realizzati ogni anno. E l’allarme si espande come un’eco. I fratelli “maggiori” del Ducato, i furgoni più lunghi di quelli abitualmente incrociati su tutte le strade europee, saranno prodotti dai “cugini” francesi nella vicina Polonia tra meno di due anni.
DOCCIA FREDDA. Una notizia che ha assunto subito, tra i sindacati e le maestranze, il carattere di un allarme che sa di catastrofico per diverse ragioni. La prima è l’effetto doccia fredda. Nessuno immaginava uno scenario di questo genere fino a ieri. La seconda è il matrimonio tra Fca e Psa in Sevel che dura sì da quasi 40 anni, ma il cui “contratto” è stato accorciato dal 2027 al 2023. Psa insomma sembra voler viaggiare da solo, nonostante 40 anni di successi condivisi in Val di Sangro. E già ad aprile, quando si vociferava di trattative per eventuali acquisizioni di Fca da parte del gruppo francese (poi smentite direttamente dal ceo di Psa, Carlos Tavares), i titoli d’oltralpe erano schizzati in Borsa. In Val di Sangro del resto, dicono i più pessimisti, si è rimasti ancorati al passato mentre il mondo viaggia veloce verso il futuro. Stesse strade rattoppate, stessi disagi nei trasporti, banda larga che resta ancora un’utopia e turni che in Sevel sono rimasti fermi a 15 quando nel resto delle fabbriche di Fca in Italia si viaggia da anni sui 18. Il pensiero di un “concorrente” diretto di Sevel nello stesso bacino di mercato, la “piccola” Europa, fa quindi molta paura.
L’ALLARME. «Fca e Psa, con il rinnovo dell’accordo prolungato al 2023», considera Nicola Manzi, segretario Uilm di Chieti-Pescara, «hanno di fatto creato un concorrente di Sevel. Con questa notizia lo stabilimento Sevel di Atessa perde il monopolio in Europa per la produzione di veicoli commerciali leggeri». Più caustico è Domenico Bologna, segretario Fim per Abruzzo e Molise: «Siamo molto preoccupati», dichiara, «quella che ci è arrivata ieri sera (giovedì per chi legge, ndc) è una vera e propria doccia fredda. Il numero di 100mila furgoni in Polonia ci spinge a farci due conti. In Sevel nel 2018 Psa ha prodotto 137mila veicoli a cui si aggiungono circa altri 40mila per il marchio Opel. La paura è che con questi numeri Sevel non possa avere in futuro lo sviluppo che doveva avere e rischia un arretramento». E poi ci sono i problemi, perenni, del territorio. «Non è normale che a gennaio, senza neve, il Prefetto decida di fermare le attività produttive per 2 giorni. E non è normale che una piccola fabbrica dell’indotto come la Blutec metta sotto scacco per giorni l’intera Val di Sangro. Evidentemente Psa avrà visto la non volontà di Fca a risolvere questo problema. Adesso», stigmatizza, «non è più il tempo della retorica, c’è bisogno del massimo impegno da parte di tutti per risolvere i problemi strutturali di questa regione».
LA GLOBALIZZAZIONE. Per Fismic e Ugl invece non ci sono motivi di timore. «È vero che è stato un fulmine a ciel sereno», interviene Gianluca Gagliardi, Fismic Chieti, «ma è anche vero che per 40 anni Sevel ha potuto contare su tre caratteristiche determinanti per i successi sul mercato: qualità, flessibilità e produttività. Adesso sta ai sindacati raccogliere la sfida e capire che i grandi gruppi ora guardano alla globalizzazione».
CAMBIO DI STRATEGIA. «Questo cambio di strategia da parte di Psa», attacca la Fiom attraverso Alfredo Fegatelli, segretario Abruzzo e Molise, «apre una riflessione sul futuro dello stabilimento della Sevel e dell’indotto. È sempre più evidente la difficoltà di Fca in Italia, nonostante abbia deciso di usare un proprio contratto (Ccsl) che praticamente dà mano libera all’azienda di organizzarsi come vuole. E dopo 10 anni Fca non riesce a mantenere la competitività con altre case automobilistiche europee, la dimostrazione del fallimento del Ccsl e di quanto lo hanno sottoscritto».

