Sfrattato e con 3 figli: datemi un lavoro o mi do fuoco in casa

1 Settembre 2015

Via Maestri del lavoro, l’appello di un disoccupato disperato La moglie: qualcuno lo aiuti a riprendersi la sua dignità

PESCARA. Senza lavoro, con tre figlie da mantenere, lo sfratto annunciato e tante bollette da pagare. Non è più una vita dignitosa quella di Antonio Di Francesco, 42 anni, e della moglie Annarita Mendolicchio, 40 anni, che lanciano un appello accorato a chiunque sia disposto a offrire loro un lavoro, in particolare al capofamiglia, che da quattro anni cerca disperatamente un'occupazione e ora pensa perfino al suicidio, non sapendo più come andare avanti.

Bollette da pagare. «Siamo nel disagio più totale», dice disperata Mendolicchio. Abbiamo tre figlie, di cui una di 19 anni appena diplomata che vorrebbe iscriversi a Giurisprudenza, una di 7 anni e l'ultima di due anni e mezzo».

Sopravvivere è un'impresa impossibile. «Io lavoravo per una impresa di pulizie, ma in occasione dell'ultima gravidanza mi sono dovuta fermare», racconta. «Ora ho ripreso e quando trovo qualcosa faccio assistenza alle persone anziane o dei lavoretti come collaboratrice domestica, ma in questo momento non ho niente e la donna che assistevo è morta. Mio marito è a spasso da quattro anni, ed è capace di fare un po’ di tutto, dal saldatore al muratore».

Mancano i soldi per la sopravvivenza, figuriamoci quelli per pagare l'affitto e le bollette. È una «catastrofe», prosegue la donna, che lancia un grido di allarme insieme al marito dalla casa popolare di via Maestri del lavoro 79.

Lo sfratto. «Il nostro è un alloggio dell'Ater e abbiamo ricevuto lo sfratto da circa sei mesi», avendo accumulato un debito di circa 3.000 euro, negli ultimi tre anni. «Abbiamo cercato di spiegare la nostra situazione degradante, perché davvero non possiamo dare da mangiare alle bambine. Ci hanno proposto un piano di rientro da 150 euro al mese, ma come facciamo a pagare senza lavoro? Non so come comprare il materiale per la bambina, che va a scuola, non ho i soldi per far iscrivere mia figlia all’Università» e questo vuol dire che se non cambia qualcosa il piano di rientro rischia di saltare.

Nessun aiuto. Chiedere aiuto non è servito a molto. «In Comune ci dicono sempre e soltanto che non ci sono fondi per noi, mentre lo Stato assicura 35 euro al giorno con vitto e alloggio agli extracomunitari. E a noi italiani, chi ci pensa?», si chiede la donna. «L'unico sostegno è un pacco famiglia che riceviamo una volta al mese dalla parrocchia della Madonna dei Sette Dolori. Non ho una famiglia alle spalle che mi aiuti, non ho i genitori, e ci sono due vicine di casa che fanno il possibile. Tra un po’ verranno anche a staccarci i servizi, siamo pieni di bollette da pagare. Abbiamo perfino dovuto vendere la macchina, non avendo i soldi per mantenerla, e il denaro ricavato è finito».

Il lavoro. «Chiediamo un lavoro, soprattutto per mio marito, che non si sente più un capofamiglia, vive nell’umiliazione. Rivuole la sua dignità, per poter dire ai bambini: «Tieni, ecco una caramella», mentre adesso non può fare nemmeno questo», spiega sempre la donna. «Ha presentato domanda ovunque, ha fatto una selezione per un lavoro temporaneo ed è stato scartato per mancanza di requisiti, si è rivolto alla Attiva e si è persino messo nei guai, per la disperazione. Ma non deve più sbagliare, perché non è giusto. Qualcuno lo aiuti a riprendersi la sua dignità, è disposto a fare qualsiasi lavoro. Ascoltateci, prima che mio marito faccia qualcosa che non dovrebbe».

La disperazione. Di Francesco non trova le parole per esprimere il suo stato d'animo, preferisce che parli la moglie, e scoppia in lacrime. «Non ce la faccio più», si limita a dire l’uomo, «sono al limite della sopportazione. Uno di questi giorni mi chiudo dentro casa e mi do fuoco, se non trovo lavoro. Ho sempre fatto qualcosa, mi arrangio a fare di tutto e per dare da mangiare ai miei figli mi sono anche messo nei guai. Mi hanno scoperto, perché non sono uno del campo».

«Non vogliamo soldi, ma un posto di lavoro», conclude Mendolicchio, che è determinata ad uscirne e pensa che questo appello sia l’ultima chance. «Siamo persone dignitose e crediamo che sia meglio chiedere aiuto attraverso il giornale che andare a rubare», perché è rimasto solo quello.

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