Si chiama air gun, permette di scoprire grandi giacimenti

11 Marzo 2018

PESCARA. Al centro della sentenza del Consiglio di Stato c’è una speciale tecnica di indagine per individuare giacimenti petroliferi non solo nel mare Adriatico. Si tratta dell’air-gun (termine che...

PESCARA. Al centro della sentenza del Consiglio di Stato c’è una speciale tecnica di indagine per individuare giacimenti petroliferi non solo nel mare Adriatico. Si tratta dell’air-gun (termine che in inglese significa arma ad aria compressa), una tecnica usata per l’ispezione geosismica dei fondali marini: in parole semplici è un dispositivo che spara aria compressa in acqua, sotto forma di bolle, producendo delle onde che si propagano verso nel fondale, vengono quindi riflesse dagli strati della crosta terrestre e tornano a dei ricevitori chiamati idrofoni (vedi l’immagine semplificativa che pubblichiamo sopra al titolo, ndr).
Analizzando le velocità delle onde attraverso i diversi sedimenti e rocce incontrati, è possibile ricostruire la stratigrafia del sottosuolo e riconoscere la presenza di gas o di liquidi. Appare quindi evidente come queste indagini siano fondamentali per la ricerca off-shore di idrocarburi, e lo sono anche per la ricerca geologica di base.
Le indagini geofisiche sono tecniche non distruttive per studiare il sottosuolo molto usate anche a terra (in questo caso la sorgente delle onde è una massa battente oppure una piccola carica esplosiva) ma è solo l’air-gun ad essere sotto attacco, non solo da parte delle associazioni ambientaliste, perché i picchi di pressione generati, che possono raggiungere anche i 260 dB (un esperto ci spiega che è come sentirsi più di due motori di jet dietro al collo), sono particolarmente dannosi per l’ambiente marino e specialmente per i cetacei. Questo è il motivo per cui le associazioni ambientaliste hanno molto criticato lo stralcio del divieto che dà il via libera alle ricerche nel campo petrolifero.