Sieropositivo contagia la moglie e abusa del figlio: pena di 13 anni

Confermata la condanna emessa dal gup nei confronti di un padre e marito violento, ora in carcere L’uomo avrebbe approfittato per 10 anni del bambino e maltrattato la coniuge con problemi psichici
PESCARA. Una storia inquietante, sconcertante, di violenza sessuale consumata sul figlio minore per dieci lunghi anni, fino al 2017, fra le quattro mura di casa in una cittadina della provincia di Pescara.
Una vicenda dai contorni sconvolgenti ripercorsa ieri davanti ai giudici della Corte d'appello dell'Aquila (collegio composto da tre donne, Servino, Tascone e D'Arcangelo) che hanno confermato in toto la sentenza di primo grado che condannò il padre violentatore a 13 anni di reclusione (l'uomo è tutt'ora recluso nel carcere di Chieti) che gli vennero inflitti nel marzo dello scorso anno dal gup di Pescara Elio Bongrazio per abusi sul figlio minore, maltrattamenti alla moglie, abbandono di persona incapace e lesioni personali gravi nei confronti della moglie, contagiata da Hiv. Confermato anche il risarcimento danni per la parte civile rappresentata dall'avvocatessa Barbara D'Angelosante che ieri si è costituita, oltre che per la famiglia adottiva del ragazzo, anche per la stessa vittima, diventata nel frattempo maggiorenne. Un quadro familiare terrificante. Con un padre, l'imputato, 46 anni, aggressivo, violento e senza scrupoli tanto da arrivare ad abusare del figlio per tanti anni, da quando il piccolo ne aveva appena 7.
Un padre che viveva in casa con la moglie malata: una donna con grossi problemi psichici, che in una circostanza avrebbe anche lei abusato del figlio (non imputata perché incapace di intendere e di volere), che veniva continuamente maltrattata e abbandonata a se stessa, anche per giorni, costretta a non uscire dalla sua stanza per non sporcare: vessazioni alle quali la donna non si opponeva per le sue condizioni psichiche. La brutta storia viene fuori soltanto quando, a 16 anni, il ragazzo riesce a tirare fuori il problema. Lo fa aprendosi con un'amica della madre affidataria, confidandole la paura che aveva: e cioè di aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile (pericolo fortunatamente scongiurato) visto che aveva avuto rapporti con il padre, che peraltro lo aveva poi iniziato nei rapporti omosessuali con i suoi coetanei. Da lì partì l'inchiesta condotta dal pm Anna Benigni, con le audizioni protette del ragazzo e tutto il complesso e delicato iter che ne consegue in casi del genere. Il ragazzo venne affidato a un'altra famiglia e periodicamente poteva vedere il padre. Ed è proprio in quelle occasioni che avvenivano le violenze. E in questo quadro familiare già molto complicato si inserisce anche la presenza di un uomo che viveva in quella stessa casa: il compagno dell'imputato. E le intercettazioni ambientali disposte dalla procura contribuirono a definire un quadro familiare raccapricciante. Il padre-imputato che parla con il suo compagno delle indagini in corso, sottolineando che comunque gli inquirenti non avevano prove e che non dovevano sapere di quella loro relazione per non dare alla procura un'arma in più contro di lui.
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