“Song’e Napule” sbanca «Raccontiamo la città come fa un innamorato»

6 Maggio 2014

Il film esce anche in Abruzzo. I registi: «Nella storia mettiamo in scena il mondo dei cantanti neomelodici»

di Anna Fusaro

Frullate commedia, poliziottesco, musicarello, ambientate il tutto a Napoli con interpreti giustissimi e, se siete i geniali Manetti Bros, ecco spiegato il crescente successo di "Song'e Napule", divertente e colorato film capace di superare nella speciale classifica di media incassi per copia "Noah", "Rio 2", "Gigolò per caso". Prodotto da Devon e Rai Cinema, distribuzione Microcinema, accolto da ovazioni all'8° Festival di Roma, "Song'e Napule" è il 7° lungometraggio dei fratelli romani Marco e Antonio Manetti, registi cinefili.

Protagonista Paco (Alessandro Roja) pianista diplomato, entrato in polizia con una pressante raccomandazione di mammà sul questore (Carlo Buccirosso), subito relegato in un deposito giudiziario, poi catapultato dal commissario Cammarota (Paolo Sassanelli) in una pericolosa missione: smascherare O’Fantasma, spietato quanto invisibile boss della camorra. Paco dovrà infiltrarsi nel pacchiano mondo dei neomelodici come tastierista per Lollo Love (Giampaolo Morelli), idolo delle ragazze, che allieterà il matrimonio della figlia di un camorrista. O’Fantasma sarà tra gli invitati.

Il film è in Abruzzo al Movieland di Chieti e all’Arcobaleno di Colonnella (a giugno allo Smeraldo di Teramo nella rassegna Alternativa Cinema). Abbiamo raggiunto telefonicamente Marco Manetti.

Com'è stato accolto "Song’e Napule" a Napoli?

«Napoli è una città difficile, i napoletani sono fieri e gelosi della loro città. La grande vittoria di questo film sta nel fatto che i napoletani ci hanno detto che abbiamo raccontato la loro città così com'è, come solo un napoletano innamorato può fare».

La storia è ambientata nel mondo dei cantanti neomelodici, spesso accostato alla camorra. Un mondo che voi riabilitate nel film.

«Abbiamo cercato di raccontare semplicemente la verità. In realtà è un mondo che si riabilita da solo. Ci siamo avvicinati a questa realtà incuriositi e senza pregiudizi. Abbiamo studiato il mondo dei neomelodici e constatato che la connessione con la camorra non esiste. Avviene anzi quel che accade per il rap americano. La musica rappresenta una via d'uscita per i ragazzi di strada, che avrebbero altrimenti un percorso già tragicamente segnato e invece possono sottrarsi a quel destino grazie al talento musicale. Il contatto del mondo neomelodico con la camorra è legato al territorio, che è un territorio in cui la criminalità esiste. Può capitare a un neomelodico di cantare al matrimonio della figlia di un boss, ma un cantante non è tenuto a chiedere la fedina penale di chi lo chiama a suonare. È come un concessionario che vende una macchina».

"Song'e Napule" è stato l'ultimo film di Luciano Martino, grande produttore che ha permesso la realizzazione di una grossa fetta del cinema nazionale.

«Luciano è l'unica persona che ha creduto tantissimo in questo film, persino più di noi. Prima di morire ha fatto in tempo a vederlo ultimato e sapere della sua partecipazione al Festival di Roma. Però mi addolora pensare che non ha potuto vedere il successo che sta avendo il film. O forse, chissà, da lassù lo vede».

In "Song'e Napule" Lollo Love è interpretato da Giampaolo Morelli, che è un po' il vostro attore feticcio, da "Piano 17" alla serie tv dell'ispettore Coliandro. C'è anche il suo zampino nell'ideazione della storia?

«Giampaolo ha avuto l'idea di fondo, un poliziotto pianista infiltrato in una band di neomelodici. La sceneggiatura però è stata scritta da me e Antonio con Michelangelo La Neve, autore che viene dal fumetto, ha scritto storie per Dylan Dog e Martin Mystère. A Giampaolo interessava soprattutto portarci a Napoli».

Ieri si è conclusa la vostra serie del commissario Rex. Sensazioni? E com'è andata con l'interprete, che avete ereditato, Francesco Arca?

«Un'esperienza meravigliosa, ci siamo divertiti tantissimo a fare quel che amiamo, un poliziesco. E poi abbiamo portato in tv lo spirito del cinema indipendente. Cioè un sistema produttivo più appassionato e meno rigido. Si gira con la stessa mentalità e approccio di quando si fa un corto, con una troupe giovane, con entusiasmo. Quanto a Francesco, è l'attore giusto per quel ruolo, siamo molto contenti di lui, umanamente e professionalmente».

Vi considerate registi di genere?

«Vorrei contestare questa etichetta. In realtà siamo gli unici in Italia a non fare cinema di genere. Il cinema italiano oggi è imprigionato tra commedia e film impegnato. Per noi esiste solo il cinema. Chi vende deve preoccuparsi di incasellare il prodotto in uno scaffale, il regista deve pensare solo alle storie che racconta. Per noi non esiste differenza tra cultura alta e cultura popolare. Si può fare cultura alta anche con un thriller».

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