«Sono un uomo libero grazie alla scuola»

9 Ottobre 2016

L’ex provveditore insignito del Ciatté d’Oro. Dal collegio per orfani ai campi di calcio in serie C: lo studio è il motore di tutto

PESCARA. Con la palla attaccata al piede era un incursore micidiale, una mezzala di quelle che da centrocampo controllavano dalla difesa all’area di rigore senza distrarsi mai. E un po’ di quella abilità l’ha applicata anche al mondo della scuola, quello che ha poi scelto per la vita: sguardo attento sugli alunni come sui presidi, passando per insegnanti e genitori. E la scuola in Abruzzo nelle sue mani è cambiata, cresciuta, migliorata. Il faro? «Lo studio. La conoscenza».

Sandro Santilli domani verrà insignito del Ciattè d’oro, onorificenza che la Città di Pescara assegna ogni anno ai figli della terra d’Abruzzi di cui andare orgogliosi. Un riconoscimento che l’ex provveditore agli studi nato a Campo di Giove il 23 novembre di 76 anni fa accoglie con un piacere che per un attimo riesce a fargli mettere da parte quella riservatezza che pare un segno inciso del suo carattere. «Certo che è una soddisfazione», ammette schivo, «che condivido con la mia famiglia e che in qualche modo è un omaggio anche al mondo della scuola, il mio». Che ha percorso nei suoi risvolti più diversi. Cominciando da quando sui banchi sedeva, alunno serio e diligente, conscio sin da bambino che da lì poteva germogliare per lui un futuro migliore. «E così è stato», racconta.

Il papà ucciso nel secondo conflitto mondiale, Sandro, insieme ai fratelli Nino ed Emilio, viene mandato da mamma Vienna, morta a 98 anni nel 2008, a studiare nel collegio Lauretana per orfani di guerra dell’Aquila. Lì applica i principi che la madre gli aveva inculcato – «rispetto, studio, credere in se stessi», elenca «e di questo, come di tanto altro, le sono grato, perché così sono diventato un uomo libero» – che diventano parte di lui e armi efficaci per apprendere. E lui apprende. Dopo il liceo si iscrive a Scienze politiche a Roma. «Ma sul finale preferii concludere alla neonata facoltà teramana», racconta, «nel mio Abruzzo». Studia con colui che diventerà il rivoluzionario rettore dell’università di Teramo, quel Luciano Russi che Santilli si commuove un po’ nel ricordare e al quale lo lega un’altra passione: il calcio. «Mi sono mantenuto all’università giocando a pallone», ricorda, «ed ero bravino sa? Siamo alla fine degli anni ’50 e giocavo in serie C con L’Aquila, mezzala. Fra i miei ricordi più belli c’è il derby con il Chieti: incontrai un mito, Tom Rosati, che poi andò al Pescara!». La passione è rimasta, e con la Juventus nel cuore a 24 anni entra nella scuola.

«Stavo per laurearmi quando lessi sulla Gazzetta di un concorso al Ministero pubblica istruzione. Io e mio fratello Nino lo vincemmo». Era il 1964 e il giovane Santilli è funzionario al Provveditorato agli studi di Chieti. Poi negli anni Settanta eccolo a Pescara, quindi un altro concorso nazionale che lo porta a un ruolo dirigenziale. «Ne ho fatti tanti di concorsi in vita mia», osserva. «senza mai chiedere nulla. Detesto il concetto stesso della “spintarella”: corruzione e clientelismo fanno del nostro un Paese troppo chiacchierato. La libertà è la cosa migliore della mia vita».

Tra il 1985 e l’86 altro concorso, stavolta per diventare provveditore, «durissimo»: si piazza terzo nella graduatoria nazionale. Assume l’incarico a Chieti, poi a Pescara. Da lì l’impegno totale nella scuola. Va nelle classi, segue gli insegnanti, apre la scuola all’ospedale teatino, reparto di Pediatria, quindi – «dopo mille sacrifici» – a Ematologia a Pescara, il reparto fiore all’occhiello della sanità pubblica firmato Glauco Torlontano e Giuseppe Fioritoni, quindi nelle carceri e i corsi serali per adulti.

Una stagione intensa», ricorda : «Siamo negli anni Novanta, un periodo di fermento per la scuola». Tante cose cambiano nell’approccio didattico. «Ricordol’incontro con una delegazione di giapponesi», racconta, «venuti a vedere come è organizzata la scuola italiana. Rimasero favorevolmente stupiti, loro applicavano un concetto selettivo rigido, con bocciature dalle elementari.Io spiegavo che noi veniamo da Don Milani, che per noi la scuola è formativa, che non tutti i ragazzi sono uguali. Per loro era inimmaginabile». «Ma oggi bisogna stare in guardia. Ho letto che i nostri giovani non saprebbero leggere le “terze pagine” di un tempo sui quotidiani. Le idee del secolo scorso non sono state riflettute, metabolizzate. La tecnologia è troppo invasiva. I ragazzi sono tutti smanettoni, credono che andare su internet sia sufficiente, non si dedicano alla lettura, Non abbassiamo il livello della nostra cultura, un Paese colto è un Paese ricco»

E di quello che la scuola deve dare ai ragazzi il provveditore, nel 1999, parlò anche con l’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi. «In occasione della sua visita espresse il desiderio di incontrare provveditore, presidi e alunni delle superiori, io feci una cernita e ci intrattenemmo qualche minuto. Mi raccontò della sua guerra in Abruzzo, conosceva bene Campo di Giove... Poi con i ragazzi commentammo i messaggi del Presidente agli studenti. Intervenne la signora Franca: “Lasciali stare poveri ragazzi!”. E lui sorridendo mi guardò: “Ma la scuola deve commentare, far pensare, insegnare a riflettere. La libertà che ti dà la cultura, non te la dà i beni materiali”. Io non sono ricco, ma la conoscenza mi basta. È quello che ho trasmesso ai miei figli».

Che, sotto lo sguardo amorevole della moglie Ida, l’angelo schivo e discreto che lo sostiene da sempre, hanno seguito le orme paterne, studiando e studiando. Così Mariagrazia è preside, Simona insegna, e Gianluca è laureato in Giurisprudenza e prossimo a metter su famiglia. Dopo la pensione, nel 2007, Santilli ha continuato a essere chiamato a insegnare didattica e funzionamento scuola, alla scuola superiore pubblica amministrazione con incarico dal ministro, quindi presidente dell’accademia delle Belle Arti dell’Aquila prima e dopo il terremoto, a collaborare con il prefetto per le celebrazioni dei 60 anni della Repubblica, poi dei 150 anni dell’Unità d’Italia e in ultimo per i 100 anni dalla Prima guerra mondiale. «Cerco di riposarmi ma lo studio continua ad avvincermi», ammette. «I saggi restano la mia lettura preferita. I romanzi meno, ma il mio scrittore preferito è Ignazio Silone, sarà che come lui mi porto dentro l’Abruzzo e i suoi “cafoni”».

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