Sorridi Stefania, sei la nostra bambina di settant’anni

CRISTINA BULGHERI. Settanta primavere, 55 anni di carriera, premi a go go - Il Nastro d'oro al Maxxi e il Premio Fiesole, peraltro il primo conferito ad una donna - e una super festa in agenda...
CRISTINA BULGHERI. Settanta primavere, 55 anni di carriera, premi a go go - Il Nastro d'oro al Maxxi e il Premio Fiesole, peraltro il primo conferito ad una donna - e una super festa in agenda domenica sera 5 giugno, giorno del suo compleanno, al locale che l'ha vista protagonista negli anni Settanta: il Jackie o' di Roma.
Stefania Sandrelli, viareggina doc, musa del cinema italiano da oltre un secolo, si prepara ad un tour de force per celebrare i suoi inossidabili 70 anni.
Ma nel suo fitto calendario non c'è posto per una festa nella sua Toscana?
«Viareggio l'ho nel cuore. Purtroppo non ho il dono dell'ubiquità. Ho almeno una decina di festeggiamenti compresa la data del “compleannone“ il 5 giugno che tra l'altro è una data che appartiene alla storia, di cui vado fiera tanto da voler festeggiare proprio in questo giorno. Sarà un bell'appuntamento con la mia famiglia, tutti i miei amici e le miei amiche incontrati in questi anni, talmente tanti da non stare nella mia casa se pur grande, quindi ho optato per il Jackie o' dove ho pascolato per una vita e visto che ho anche i nipoti in età di ballo mi sembrava il posto giusto. Ho invitato anche tutte le persone care viareggine».
Da quando è partita da Viareggio nel lontano 1961, appena quindicenne, di strada ne ha fatta. Racconta spesso della sua passione per il cinema fin da piccola...
«Ho respirato aria di cinema fin dalla mia infanzia: mio fratello Sergio aveva Il barone di Munchausen con la carta velina e il proiettore e invitavamo gli altri bambini ai nostri piccoli grandi spettacoli. Ho sempre masticato cinema senza contare che a Viareggio c'erano più sale cinematografiche che chiese ed io con mio fratello andavo sempre a vedere dei film, vestendomi da grande, mettendo anche i tacchi sui quali non sapevo camminare. Mi ricordo quando andammo a vedere Dracula il vampiro e davvero mi spaventai tantissimo. Ho guardato di tutto: dai primi film di Ermanno Olmi a quelli di John Cassavetes, tutti i musical, ma anche le pellicole horror. Quando sono andata a Roma nel 1961 a fare il provino per un film, che poi ha vinto un Oscar (Divorzio all'italiana di Pietro Germi), come attrice non sapevo niente, ma come spettatrice ero ferratissima. Del resto abitando a Viareggio non poteva essere diversamente: dalla mia città passavano tutte le prime dei film: era una vera e propria ribalta e una vera fortuna per chi come me adorava le storie».
Che cosa ha significato e significa tuttora per lei essere di una città come Viareggio?
«Viareggio mi ha formata, mi bastava salire in bicicletta e pedalare sul lungomare per ritrovare la gioia, la felicità, la spensieratezza. Viareggio per me significa la libertà, è l'aria salmastrosa, è lo sguardo che si perde tra le dune e la Darsena, tra il mare e le Apuane. Viareggio è dentro di me. Non poterci tornare spesso o almeno quanto vorrei, un po' mi addolora, ma non posso lamentarmi, la vita mio ha dato molto».
Nel suo album fotografico ci sono scatti che la ritraggono ancora bambina al Gran Caffè Margherita impegnata in una gara canora davanti ad un microfono oppure alla scuola di danza: una vita artistica a tutto tondo …
«La musica è per me la più alta delle arti, sono cresciuta tra le sette note. Mio nonno Pietro mi cantava tutte le opere di Puccini, mio fratello che frequentava il Conservatorio suonava otto ore al giorno, io partecipavo a tutti i concerti alla Bussola e al Bussolotto: sono cresciuta a pane e musica. E la danza era la rappresentazione, l'interpretazione della musica stessa: io danzavo alla scuola di una delle prime ballerine del Balletto di Londra, Ester Hall, che frequentava un viareggino. Una fortuna per me che sognavo diventare Carla Fracci o Anna Pavlova. Ma alla fine ho lasciato perdere: tra l'altro non avevo neanche il fisico da ballerina, così rotondetta e morbida com'ero. E poi è arrivato il cinema, che mi ha accolta a braccia aperte. Ed è stata subito passione profonda».
Dai sogni da bambina a quelli di una diva adulta che si prepara a soffiare sulle settanta candeline: qualche rimpianto? Un film non girato, un regista non incontrato, un progetto da perseguire?
«Film che avrei voluto fare e non ho fatto ci sono tipo Il giardino dei Finzi Contini e La ragazza di Bube ma ne conosco le motivazioni e me ne sono fatta una ragione. Ho avuto tutto dalla vita in questi settanta anni. Parafrasando una canzone di Gino Paoli direi meglio che “non ho avuto un attimo di respiro“. Ho avuto anche la soddisfazione di girare il mio film da regista "Christine Cristina" a cui sono molto affezionata. Purtroppo non l'hanno visto in molti per una questione di distribuzione, ma io ne vado molto orgogliosa perché è la storia inedita di una piccola grande donna. Ettore (Scola ndr.) mi diceva che ne dovevo andare fiera che era un film sempreverde. Ma un sogno nel cassetto ce l'ho e muoio dalla voglia di farlo quanto prima: è quello di dirigere un'opera lirica a Torre del Lago. Sono stata contattata dal direttore del Festival Pucciniano il maestro Alberto Veronesi per riprendere in mano la Bohéme di Ettore Scola oppure mettere in scena un'altra delle opere di Puccini. Non ho ancora avuto il tempo perché ho già firmato dei contratti impegnativi (un film del regista Edoardo Falcone Questione di karma con Elio Germano, un altro dal titolo Caffè nero bollente e la ripresa della tournée dello spettacolo Il bagno in teatro che approderà anche in Toscana e forse anche in Versilia) ma lo farò: del resto la mia cicatrice sulla pelle del viso, rimasta perché mio nonno che aveva la barba mi stringeva forte mentre sentivamo le opere, ricorda il mio legame forte con la lirica».
Avrebbe preferenza per qualcuna delle opere pucciniane?
«No, le amo tutte, stanno tutte dentro il mio Dna.
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