Spariti i libri contabili dopo i blitz della Finanza
L’indagine sui fallimenti pilotati, così Mattucci voleva eludere i controlli Il gip: «Puntava a fare nuovi affari, gli altri imprenditori lo temevano»
PESCARA. Nella «macchina del malaffare» messa in piedi dall'imprenditore di Montesilvano Mauro Mattucci, smantellata dalla Guardia di finanza e dalla squadra mobile di Chieti due giorni fa con l’esecuzione di otto arresti, si avvertiva una sorta di «timore riverenziale» derivante anche dalla facilità con la quale «il capo» ricorreva alla violenza per risolvere delle situazioni controverse. Mattucci, 59 anni, ritenuto dall’accusa all’apice di una struttura «piramidale» finalizzata a commettere reati fiscali e fallimentari, faceva «paura» e lo hanno raccontato a chiare lettere coloro che hanno avuto a che fare con lui per affari e hanno parlato del suo utilizzo delle mani «in maniera pesante».
In una occasione, nel corso di un incontro nel suo ufficio, l’imprenditore avrebbe usato una accetta, che teneva sotto lo scrivania, per distruggere i cellulari delle persone presenti, sistemati sul tavolo. Poi avrebbe minacciato i suoi interlocutori, perché non dovevano permettersi di denunciarlo, ne avrebbe presi due per il collo e ne avrebbe picchiato un altro, trovato «con il volto insanguinato». Dichiarazioni emblematiche, sul conto di Mattucci, esattamente come quelle rese da chi ha assistito alla sua reazione a seguito di una brutta discussione: Mattucci avrebbe urlato, si sarebbe «avventato» contro una persona e l'avrebbe «spinta contro la porta, colpendola con pugni sul viso e sul corpo» e non avrebbe lasciato andare facilmente il malcapitato.
Da parte degli indagati non c'è stato alcun ravvedimento, sostiene sempre l'accusa, neppure dopo l'arresto di uno dei più stretti collaboratori di Mattucci, Antonio Gentile, e nonostante le perquisizioni eseguite a carico delle società che le Fiamme gialle stavano controllando. Anzi si puntava sempre a «nuove operazioni».
Un controllo dei finanzieri - che gli indagati chiamano “i parenti”, come emerso dalle intercettazioni - ha provocato «un certo allarmismo» da parte dei componenti del gruppo, che si sono adoperati per «occultare» la documentazione contabile «compromettente» in un luogo ritenuto «sicuro» e hanno predisposto ed eseguito il trasloco.
Oltre a Mattucci e Gentile è finito in carcere, a Pescara, anche Giuliano Capurri, ritenuto la «longa manus di Mattucci», e suo diretto interlocutore, che si occupava di trasferire le comunicazioni agli altri componenti del gruppo.
Mattucci era a capo, per l'accusa, di un «gruppo collaudato e coeso» il cui obiettivo era quello di «ricercare sempre nuovi e diversificati canali e strumenti utili per continuare a perseguire finalità illecite, in un quadro di percepita sicurezza e sostanziale impunità» seguendo «un meccanismo rodato e fonte di lauti guadagni». Lo schema seguito, per l’accusa, era sempre lo stesso: acquisire società in crisi, svuotarle dei beni e condurle al fallimento, dopo aver occultato le scritture contabili, trasferendone alcune all’estero. Lo strumento utilizzato era quello delle fatture false e gli investigatori, che hanno passato al setaccio i conti di una decina di società, ne hanno rintracciate per un importo di 13 milioni di euro. L’imposta evasa, invece, sarebbe pari a 6 milioni di euro e sulla base di questo dato nei giorni scorsi sono stati eseguiti sequestri, anche questi disposti dal gip, di molti immobili, tra cui lo stabilimento Tortuga (rimasto aperto), e conti correnti, a carico di società e persone fisiche.
Cinque persone, invece, sono agli arresti domiciliari e si tratta di Marco Mattucci, figlio di Mauro, stretto collaboratore del padre, nonché sua «fidata e pericolosa emanazione», dotato anche lui di «carisma e disponibilità economiche», Nando Di Luca, collaboratore di Mattucci con il ruolo di factotum, Vincenzo Misso, una sorta di «prestanome di professione», e due donne, Carla Cameli e Valerie Lighezolo, ritenute esecutrici materiali, impegnate in ufficio.
Devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla bancarotta. Nei confronti di due commercialisti, Lara Martini e Antonio Cristofanelli, invece, è stato disposto il provvedimento interdittivo della professione. Loro avrebbero reso possibile il progetto del gruppo.
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