Stellantis, niente fusione: sollievo in Val di Sangro

Il presidente John Elkann ieri ha scongiurato l’intesa con altri costruttori I sindacati: «La nostra priorità è la garanzia di investimenti su Atessa»
ATESSA. «Non esiste alcun piano allo studio riguardante operazioni di fusione di Stellantis con altri costruttori. La società è concentrata sull'esecuzione del piano strategico Dare forward e nella puntuale realizzazione dei progetti annunciati per rafforzare l'attività in ogni mercato dove è presente, inclusa l'Italia». Le parole del presidente di Stellantis, John Elkann, fanno il giro d'Italia e arrivano fino in Val di Sangro, dove il quarto motoristico mondiale ha una delle sue fabbriche gioiello, lo stabilimento dei furgoni commerciali leggeri Stellantis Europe Atessa. E sindacati e lavoratori tirano un sospiro di sollievo. Acquisizioni o fusioni che siano, per Atessa non sarebbe un matrimonio felice, anzi. «Lo dicemmo già con la nascita di Stellantis», interviene Alfredo Fegatelli, segretario Fiom-Cgil Abruzzo, «dato che si stava costituendo non una società alla pari, ma una vera e propria acquisizione. E i fatti oggi ci danno ragione: Tavares sembra decidere del tutto autonomamente». Ma una fusione, stando a quanto rilasciato dal presidente Elkann alla stampa, sarebbe comunque scongiurata. «L'unica cosa che ci interessa al momento», riprende Fegatelli, «è che non ci stanno dicendo quanti investimenti sta facendo Stellantis in Italia. L'impegno di un'azienda su un determinato territorio o stato si misura solo con gli investimenti: se investe significa che intenzione di rimanere in quel territorio, se no significa che ha altri piani». Elkann ha ribadito invece che Stellantis «è impegnata al tavolo automotive promosso dal Mimit che vede uniti il governo italiano con tutti gli attori della filiera nel raggiungimento di importanti obiettivi comuni per affrontare insieme la transizione elettrica». Le sue parole sono arrivate a proposito di una possibile combinazione con Renault, voci che lo stesso gruppo aveva bollato come «speculazioni infondate».
«Queste polemiche non fanno bene a nessuno», afferma il neo segretario eletto alla segreteria interregionale Fim-Cisl Abruzzo e Molise, Amedeo Nanni, «ma dal nostro punto di vista qui in Sevel non si rischia alcuna ripercussione. Tavares nella sua visita in Val di Sangro, e poi gli altissimi dirigenti Stellantis nei giorni scorsi al tavolo automotive al Mimit, hanno confermato che il nostro stabilimento è al centro degli interessi del gruppo, grazie a un range qualitativo molto alto e ad una importante riduzione dei costi. Non si svende un prodotto che funziona, non lo si mette a rischio. Credo che quindi non ci saranno, almeno per noi, fusioni in vista, dato che in Stellantis Europe Atessa si sta puntando piuttosto a collaborazioni commerciali, come con la Toyota, cosa ben diversa dalle fusioni».
«In Val di Sangro», prosegue Nanni, «siamo noi che realizziamo il furgone Toyota, cambiando pochissimi elementi, come il frontalino e il logo e guadagnandone invece in tecnologia. Stellantis punta a queste dinamiche, ad Atessa non dovremmo entrare in questa dimensione di fusione che nasce solo da polemiche inutili e dannose per tutti». Ma nel cuore dell'Abruzzo automotive la stessa ex Sevel, nel 1978, è stata frutto di una storica e pionieristica joint-venture tra i gruppi Fiat e Psa (Peugeot-Citroen). «Una cosa ben diversa da una fusione», fa notare Nicola Manzi, segretario Uilm-Uil Chieti Pescara, «quando si parla di gruppi che acquisiscono altri marchi si aprono altri scenari che noi qui dovremmo fortemente scongiurare. Innanzitutto perchè ci sarebbe, con una eventuale acquisizione di Renault, un accentramento totale da parte di un probabile gruppo che è già molto condizionato dai francesi. E poi perché nascerebbero ulteriori doppioni di stabilimenti per realizzare uno stesso prodotto. Già stiamo vedendo le conseguenze con la vicinanza e la concorrenza della Polonia: si aprirebbe una vera e propria guerra tra stabilimenti, con i noti problemi della competizione sul costo del lavoro, del personale, delle materie prime».
«Tuttavia», conclude Manzi, «per la ex Sevel, al di là delle acquisizioni che Stellantis possa fare o meno chi detta legge è sempre il mercato: troppi stabilimenti in Europa dello stesso prodotto porterebbero a una stagnazione, cosa che la stessa Stellantis deve evitare per salvaguardare un prodotto, il furgone commerciale fatto in Abruzzo, che è ancora re del mercato di riferimento e che sta tentando una ulteriore scalata con la versione elettrica».
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