Stipati in tende per mesi «È peggio che in carcere»

4 Gennaio 2017

Governare l’accoglienza come un’emergenza costa caro e non dà risultati Fra richiedenti asilo e destinati all’espulsione l’Italia “ospita” 175mila persone

ROMA. «La storia d’Italia ci insegna che l’emergenza è un approccio che porta consenso, possibilità di manovra economica ed è uno degli strumenti per gestire in malo modo i fondi pubblici. L’accoglienza dei richiedenti asilo non fa eccezione». È lapidario il commento di Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), mentre spiega cosa pensa dei numeri dei centri per migranti italiani.

L’eccezione è la regola. L’accoglienza è quel luogo in cui l’eccezione è la regola e la regola un’eccezione: dei 175.485 migranti presenti nelle strutture sul nostro territorio, sono 136.706 gli «immigrati presenti nelle strutture temporanee», secondo il monitoraggio del ministero degli Interni e 23.563 nei centri del Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Spraar), che in teoria dovrebbe essere il canale ufficiale. Lo Spraar è realizzato secondo il modello dell’accoglienza diffusa: beneficiari in appartamenti o piccoli centri, che devono rispondere a degli standard elevati. Alla fine, però, la maggior parte dei profughi finiscono nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas): delle strutture individuate dall’oggi al domani dalle prefetture e affidate con bando pubblico a soggetti privati. «Denunciamo da anni la necessità di spendere gli stessi soldi non in via eccezionale - spiega ancora Fachile - ma ordinaria, per tutelare sia i richiedenti che i conti pubblici. Ma non siamo mai stati ascoltati. Una delle nostre proposte è di rendere obbligatoria l’accoglienza sulla base del numero abitanti e reddito pro-capite per ogni comune e non più facoltativa come è oggi». Accade, infatti, che alcuni enti locali possano rifiutarsi di aderire all’accoglienza Spraar, con il risultato di gonfiare a dismisura le file dei Cas.

La prima accoglienza. I migranti che sbarcano in Italia, da normativa, dovrebbero transitare tutti per i Centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa, più noti come hot spot). Attualmente, stando ai numeri del ministero aggiornati al 30 novembre 2016, sono 547 gli ospiti dei Cpsa: 325 in Sicilia (divisi tra Lampedusa e Pozzallo) e 222 Puglia (nel centro di Otranto). Un caso a parte riguarda Elmas, in provincia di Cagliari, che è considerato sia un hot spot che un Centro di prima accoglienza (Cpa). Questi ultimi sono gli ex Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e ospitano a oggi 14.669 persone. Nei Cpsa i migranti ricevono «le prime cure mediche necessarie, vengono fotosegnalati, possono richiedere la protezione internazionale», si legge sul sito del Ministero. Amnesty International la pensa diversamente, in suo recente rapporto su quello che chiama «l’approccio hot spot» ha denunciato come «abbia compromesso il diritto di chiedere asilo, ma abbia anche alimentato agghiaccianti episodi di violenza, con l’uso di pestaggi, elettroshock e umiliazioni sessuali».

I Cpa dovrebbero invece garantire la «prima accoglienza allo straniero rintracciato sul territorio nazionale per il tempo necessario alla sua identificazione e all’accertamento sulla regolarità della sua permanenza in Italia». Secondo Fachile, nella pratica, i Cpa diventano «luoghi di accoglienza per lunghissimo periodo. Comportano una serie enorme di problemi, come il numero rilevante di richiedenti asilo in unico luogo. Inoltre sono luoghi non adibiti a far emergere le vulnerabilità, creano problemi, disagi e fatti drammatici». Come Cpa viene identificato anche il centro della rivolta di Cona, anche se non compare nella lista fornita sul sito del ministero. Le condizioni di vita di quei migranti oggi sono cronaca: 1.400 persone stipate in una tendopoli.

Identificare ed espellere. In ultimo ci sono i Centri di identificazione ed espulsione (Cie): sono sei quelli aperti per un totale di 720 posti, ma quattro sono quelli operativi (Brindisi, Roma, Torino e Caltanissetta). Sono stati istituiti con la legge Turco-Napolitano del 1998 per “trattenere” i migranti giunti in Italia in modo irregolare, che non hanno intenzione di chiedere asilo o non hanno i requisiti, prima di essere rimpatriati. Qualche giorno fa, il ministro Minniti ha manifestato l’intenzione di aprirne uno per regione. «Significherebbe spendere un sacco di soldi - spiega Guido Savio, avvocato Asgi -: al di là delle violazioni dei diritti non rende nel rapporto costi benefici. Anche a pieno regime non riuscivano a rimpatriare neanche il 50% dei migranti trattenuti. È come svuotare il mare con un secchiello». Nel periodo più buio, i Cie hanno rappresentato un luogo di detenzione indefinita dei migranti, trattenuti anche per 18 mesi. «È peggio del carcere - prosegue Savio -, perché il carcere è pensato per una lunga detenzione, quindi ci sono assistenti sociali, educatori, attività sportive. Il Cie è un’area di parcheggio».

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