Storia d’amore dietro la fuga dal nazismo

Medico polacco racconta il coraggio di Febbo: si gettò dal treno in corsa per scappare dall’orrore
PESCARA. La follia e le atrocità della Seconda guerra mondiale si intrecciano a storie di profonda umanità. Storie come quella del medico polacco Mariusz Szymanski, 53 anni, chirurgo-otorinolaringoiatra che ha lasciato una carriera brillante a Poznan, la sua città d'origine, per ricostruirla a Pescara. Il legame tra queste due terre l’ha stabilito tanti anni fa un giovane soldato abruzzese, Vincenzo Febbo, che nel ’43 viene sorpreso dall’armistizio in terra polacca. Lui e i suoi compagni di reparto non vogliono più combattere a fianco dei tedeschi. La ritorsione è immediata e spietata: l’intera compagnia viene fatta salire su un treno diretto verso i campi di concentramento tedeschi. Il terrore di quelle ore di viaggio che si trasformavano in giorni, non si può descrivere a parole. Ma il giovane Vincenzo non si arrende e durante quel viaggio verso la morte, nel cuore di una fredda notte, riesce a crearsi un varco tra le lamiere arrugginite e si lancia fuori dal treno in corsa. Sopravvive all’impatto e inizia a correre. Il freddo e la notte lo avvolgono. La sua fuga disperata finisce alle porte di un piccolo paese, Krobia, poco distante da Pozsan. È qui che viene accolto da una famiglia umile e generosa. Il capofamiglia è il sarto del villaggio, che decide di nasconderlo in cantina. Lo cura e lo sfama come un figlio. Un’intera famiglia rischia la vita per proteggere quel giovane sconosciuto. E lo fa per anni. Nel ’45, a guerra finita, Vincenzo ha ormai imparato un mestiere e si è fatto degli amici. Lavora per il sarto che lo ha salvato e gioca nella locale squadra di pallone, la Concordia. Rimane fino al 1947, anno in cui il fratello, grazie all’aiuto della Croce Rossa, riesce a trovarlo. Ha lasciato a casa una promessa sposa e deve tornare in Abruzzo. Vincenzo rientra a Montesilvano, la sua città, e qui costruisce la propria vita per la seconda volta. Ma il ricordo dolce di chi lo accolse, strappandolo alla morte, continua ad accompagnarlo. E non potrebbe essere altrimenti. Ne parla con gli amici con tanto calore che uno di loro, Marcello De Fabritiis, decide di aiutarlo nella ricerca dei suoi salvatori. Sono passati tanti anni, ma il ricordo è vivido e la ricerca dà buoni frutti. È una calda estate del ’74 quando Vincenzo torna in Polonia insieme all’amico Marcello. Trova la sua “famiglia polacca” lì dove l’aveva lasciata tanti anni prima. E l’incontro stringe i cuori, tanta è la gioia nel riabbracciarsi. Tale è l’accoglienza, che il sindaco di Krobia proclama un giorno di festa per il paese. Un momento indimenticabile per Vincenzo, ma anche per il suo amico Marcello, che l’anno dopo decide di tornare in Polonia, e porta con sé la giovane figlia, Maria Rosa. Sfortuna vuole che il secondo giorno di soggiorno in Polonia, la ragazza si ammali. Appendicite acuta è la diagnosi del medico del paese, bisogna operarla subito. Inutili le insistenze del padre che vuole ripartire con il primo volo per l’Italia. «Non c’è tempo», dice Roman, il dottore che la prende in cura, e l’operazione viene effettuata il giorno stesso.
Tutto va per il meglio, ma la storia di questa ragazzina italiana in ospedale, tanto lontana da casa, commuove Maria, moglie di Roman, che va ad accudirla. Quella donna è la sorella di Mariusz Szymanski. E ancora una volta nasce un’unione indissolubile tra una famiglia polacca e una abruzzese. I due giovani, Mariusz e Maria Rosa, si sposano e scelgono di vivere a Pescara. Con la benedizione di quel soldato sfuggito agli orrori dei campi di concentramento grazie all’amore incondizionato di una famiglia di sconosciuti, in una terra tanto lontana quanto dolce nei ricordi di settant’anni fa. (m.d.s.)
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