in cella con un libro in mano

Storie dal carcere di Pescara: quei “nove pazzi” del San Donato

19 Luglio 2026

Volontari e detenuti leggono insieme “Tutto chiede salvezza”. E dietro le mura e le sbarre c’è chi progetta il futuro fuori

PESCARA

“Quei 5 pazzi mi sembrava di conoscerli da una vita”. La frase arriva dal libro “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli, la storia di un ragazzo che per un TSO viene recluso in una struttura psichiatrica e attraverso i suoi occhi, in una settimana, racconta episodi e incontri con medici, pazienti e infermieri che dettano orari, incontri, spostamenti, quando ci si alza e quando si va a dormire. Libro e Pagine che descrivono, anche se in un ambito diverso, la vita dei ragazzi del carcere San Donato di Pescara che in questi mesi, grazie a al gruppo di volontari Stella del Mare, ho avuto il privilegio di incontrare ogni martedì insieme ad alcuni amici, per leggere insieme qualche pagina del romanzo.

Ma come privilegio? Luca, Italo, Luigi, Roberto, Faalza, Emanuele, Luca, Nicolas, Alin, sono dentro, criminali, la feccia della società. Se la pensate così non vi posso convincere del contrario, ma vi posso raccontare quello che ho visto in queste settimane. Parto dall’ingresso. Entrati al San Donato si accede alla guardiola mentre si attende di ricevere il badge da visitatore, le guardie si preparano e mettono nella fondina la Beretta FS 9 millimetri. Se vi fermate qualche minuto potreste vedere sfrecciare avanti e indietro una suorina dal velo beige: minuta quanto determinata, a passi veloci entra ed esce dal penitenziario portando conforto e lavorando per i detenuti. Un giorno, a un passo dall’uscita, un secondino la vede e urla: «Suor Livia, che dice oggi il buon Dio?». Lei non si ferma, ma si gira al volo e risponde: «Tutto bene, anche oggi». Primo colpo al cuore. Tutto bene in un posto del genere? C’è da approfondire. Si entra, si aprono le celle, scorrono le guardie, si cammina per i corridoi scrostati del penitenziario e si accede alla zona dove i carcerati incontrano i legali. Ci hanno assegnato quel luogo per il gruppo di lettura. I ragazzi ti aspettano, preparano la sala, spostano le sedie. «Non volevo venire all’inizio, ora non vedo l’ora che sia martedì», fa uno di loro. Il libro scorre pagina dopo pagina. La vita dei pazienti psichiatrici ha le stesse regole della vita carceraria, e i problemi dei malati spesso si toccano con la vita dentro. Orari, assistenti sociali, legali, medici, educatori, operatori. Dalle pagine escono riflessioni e spunti. Un giorno leggiamo un capitolo dove si parla di dipendenze e droghe. Si apre una diga, nessuno si nasconde, escono storie vere. «Da ragazzo ero in quel tunnel e mi piaceva. Guarda, mi sono pure tatuato la molecola e la formula chimica di cocaina e MD. Pensa che stupido che ero a 18 anni». Un altro: «Le dipendenze mi hanno tolto tutto e mi facevano tornare ogni volta qui dentro, perché uscito frequentavo gli stessi giri. Mi sono fatto trasferire qui apposta, per vincere e smettere». E un altro ancora: «Anch’io ne sto uscendo, sono all’ultima settimana di metadone. L’eroina mi ha staccato da tutti quelli che amavo, senza il carcere non ce l’avrei fatta». Gli risponde una delle volontarie con me: «Ma sei sicuro? Solo qui potevi smettere?» Risposta secca, spiazzante: «Sì, solo qui, e ringrazio per questo. Ora guardo al futuro: fuori ho una ragazza che mi aspetta, ho finalmente altri progetti in testa che voglio realizzare». Commovente. Ma andiamo avanti. Una delle volontarie è professoressa alle superiori e parallelamente al gruppo di lettura si avvia una corrispondenza tra i suoi ragazzi e i detenuti. Ogni settimana, insieme al libro, si legge una lettera che gli adolescenti hanno mandato. Posso dirvi di aver visto uomini grandi e grossi mettersi a piangere e provare a nasconderlo, chiedendo di uscire a fumare. Li ho visti litigare e discutere parlando dei loro figli, delle nuove generazioni, dei rischi che corrono, del crimine e della droga — come sono cambiate negli anni (e chi meglio di loro conosce e può dire). Ho visto persone vere, reali come poche. Pronte a mettersi in gioco anche fosse solo un libro. Dentro le mura del San Donato, fatiscente nella struttura, ho visto la vita rimettersi in moto.

E poi la Colletta del libro, organizzata da Massimo e sua moglie Mariella. La coppia dell’associazione Stella del Mare, che ha organizzato anche il corso di lettura: dieci anni fa parlando col Direttore scoprirono che la biblioteca del carcere era poco fornita e obsoleta. Così si sono inventati la Colletta del Libro, ormai alla decima edizione, un sabato davanti le librerie della città i volontari chiedono di acquistare libri per bambini in difficoltà e per detenuti. All’uscita vengono donati ai volontari, lasciando una dedica. La cosa bella è che tra i volontari ogni anno escono dieci detenuti che insieme agli altri parlano liberamente di quello che stanno vivendo. Hanno raccontato che sono grati per l’esperienza fatta, si sono sentiti utili e importanti per la società.

Che storia. I ragazzi del San Donato. L’appuntamento fisso del martedì dove l’unico motivo per cui sperare di non vederli è che siano finalmente usciti a rilanciare la loro vita. Un’ultima immagine ci arriva dall’esterno. Il cancello. Uscendo di corsa per tornare in redazione, un giorno mi ferma una ragazzina. Avrà avuto 18 anni. Ingannata dalla mia polo blu scuro che mi fa sembrare un secondino mi chiede: «Scusi, lei lavora qui? Oggi dovrebbe uscire il mio ragazzo». Io la guardo e le rispondo: «Non ti posso aiutare, ma devo dedurre che oggi è una bella giornata». Scoppia a piangere: «Sì, è una giornata stupenda». Mi allontano, un po’ meno di corsa, mentre mi rimbombano in testa le parole di Suor Livia: «Tutto bene, anche oggi».