Strage maturata in 3 mesi «Vicentini era disperato»

2 Aprile 2023

Canzio: «Si è isolato dopo la pensione e l’aggravarsi del figlio. L’ho sentito 4 giorni prima» L’ex primario aveva 13 armi in casa, tra cui la pistola con cui ha sterminato tutta la famiglia

L’AQUILA. Una sofferenza che è maturata in tre mesi, fino a trasformarsi in disperazione e poi in tragedia. Carlo Vicentini era caduto nel buco nero della depressione. E aveva 13 armi in casa. Con una di queste l’ex primario di Urologia ha ucciso moglie e figli e poi si è tolto la vita nella loro villetta della frazione aquilana di Tempera.
IL BUCO NERO
È dal primo gennaio scorso che si trovava sull’orlo del precipizio. «Quel giorno, per lui, è stato il momento della verità». Parola di Guido Canzio, ex dirigente della Asl teramana, uno degli amici più cari di Vicentini. Il 30 dicembre medici, infermieri, collaboratori e dirigenti dell’ospedale di Teramo hanno festeggiato con lui il meritato riposo dopo una lunga carriera. «Il primo gennaio si è svegliato in pensione, dopo che per una vita si era dedicato a tempo pieno al lavoro», spiega Canzio. «Era stato un grande chirurgo, brillante e dal cuore d’oro. Aveva salvato migliaia di vite, era stato sempre disponibile con tutti, per anni gli avevo mandato persone in difficoltà e lui si era sempre speso per dar loro una speranza. E nel frattempo era stato uno stimato professore universitario. Ma per fare tutto questo per anni tornava dalla sua famiglia solo a tarda sera».
Continua l’amico: «Ecco, il primo gennaio ha avuto veramente piena contezza delle difficoltà quotidiane e del futuro incerto del figlio Massimo, gravemente malato, ma anche di sua moglie Carla, che fino a quel momento aveva fatto tutto praticamente da sola. Era stata una leonessa, un’eroina, crescendo anche Alessandra. Invece di godersi la serenità della pensione, Carlo ha iniziato a soffrire. Ci sentivamo quasi tutti i giorni, lo percepivo».
Poi Massimo si è aggravato. Il ricovero in ospedale, a gennaio. «La malattia degenerativa avrebbe portato Massimo fino al soffocamento. E quel respiratore esterno che lo teneva in vita non funzionava bene», continua Canzio. «Carlo era estremamente preoccupato per il figlio, che amava tantissimo. Non vedeva via d’uscita. “Non posso gestire la cosa”, diceva un medico che aveva salvato migliaia di vite ma che non poteva fare niente per il figlio. Si è chiuso in sé stesso, isolandosi da tutti. Non si è fatto più sentire per un mese e mezzo. Cioè tutto il tempo trascorso ad assistere il figlio in ospedale. “Guido, sono stati momenti brutti. Siamo distrutti, non ce la faccio più”, mi ha detto poi. Lì mi sono preoccupato. Tante volte ho proposto di passare a prendere Massimo e portarlo a fare una passeggiata. Carlo non mi chiedeva aiuto. Ma soffriva molto, era depresso, disperato. L’ho sentito al telefono l’ultima volta quattro giorni prima della tragedia. “Ho portato Massimo sulla terrazza, c’era il sole, era contento”, mi ha detto, e poi ha chiuso: “Massimo è un angelo. Guido, Massimo è un angelo. Un angelo. Ciao Guido, ti voglio bene. Un abbraccio».
LE ARMI IN CASA E LA STRAGE
Poi il silenzio. Rotto da quel biglietto lasciato in cucina, a tratti farneticante. Scritto prima o dopo aver compiuto la strage, questo gli investigatori stanno ancora tentando di capirlo. Così come i parenti, che cercano una spiegazione a una tragedia per tutti inspiegabile. E come l’amico Canzio: «È difficile accettarlo. Ma Carlo ha voluto riunire la famiglia nell’aldilà».
Quel che è certo è che Vicentini in casa ha avuto a disposizione molte armi per compiere il suo gesto, tutte detenute regolarmente. Era appassionato cacciatore, proprio venerdì – giorno del ritrovamento della strage – era atteso alla cerimonia di consegna di attestati della Federcaccia a Tempera. E più volte si era recato al poligono di tiro Le Macchie di Poggio Picenze. Secondo fonti investigative, in casa aveva undici fucili da caccia e due pistole a tamburo. Una di queste è quella con cui ha sparato i colpi che hanno ucciso sua moglie Carla di 69 anni, sua figlia Alessandra di 36 e suo figlio Massimo di 42. L’ultimo colpo è quello con cui si è tolto la vita.
LE INDAGINI
Sono ancora in fase di accertamento sia la dinamica esatta, sia la sequenza degli spari, persino l’orario (gli investigatori protendono per la notte tra mercoledì e giovedì, cioè 36 ore prima del ritrovamento). I quattro sono stati ritrovati in stanze diverse, Massimo era ancora sotto le coperte. Si cercano conferme anche sul tentativo delle due donne di fuggire e salvarsi. A trovare i cadaveri, venerdì, insospettiti dal fatto che nessuno dei Vicentini rispondesse al telefono, sono stati nipoti di Carlo Vicentini e un suo storico amico di Tempera. Allo straziante momento del riconoscimento, anche l’avvocato e amico di famiglia Emilio Bafile.
Si cerca di capire anche se Vicentini avesse premeditato il gesto e in che misura. Il biglietto, il fatto che avesse cercato qualcuno a cui affidare i suoi cani da caccia, che il pastore tedesco Ken che viveva con loro fosse stato lasciato in terrazza e che avesse detto ai parenti che con la famiglia sarebbe andato nella casa al mare a Tortoreto, fanno perdere quota all’ipotesi del raptus. Gli investigatori della Squadra mobile della questura non hanno dubbi sul fatto che si sia trattato di un omicidio-suicidio, ma continuano le indagini per rispondere a tutte le domande. Ieri il pm che coordina l’inchiesta, Guido Cocco, ha dato mandato al medico legale del Policlinico Gemelli di Roma Fabio De Giorgi di effettuare le autopsie: l’operazione comincerà domani alle 12.30.
L’ULTIMO SALUTO
Poi le quattro salme potranno essere riconsegnate ai parenti per i funerali. Tutto l’Abruzzo, ancora sconvolto per l’accaduto, attende di dare loro l’ultimo saluto alla famiglia Vicentini. Proprio per questo, per la grande folla attesa, il rito – che sarà fissato forse già per martedì – non potrà tenersi nella chiesa di Tempera. Si sta quindi valutando l’ipotesi di celebrare i funerali nella basilica di Collemaggio.
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