Suicidio di Trotta in carcere, la procura: «Processate la direttrice e un agente»

9 Marzo 2023

A quasi 2 anni dalla morte dello psichiatra pescarese, Ruggero e Caiazza sono accusati di omicidio colposo per omissione: «Il medico portò la cocaina in cella, gli fu lasciata la tv che trasmetteva servizi sul suo arresto». Il giudice decide il 15 giugno

VASTO. A quasi due anni dal suicidio in cella dello psichiatra Sabatino Trotta, la procura di Vasto tira le somme dell’inchiesta, formalizza le accuse e, aspettando le valutazioni del giudice per l’udienza preliminare, stringe il cerchio delle responsabilità intorno a due figure: la direttrice del carcere Giuseppina Ruggero e l’assistente capo della polizia penitenziaria Antonio Caiazza. Il procuratore Giampiero Di Florio ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio: il caso arriverà il prossimo 15 giugno davanti al giudice Fabrizio Pasquale. Il reato contestato è omicidio colposo per una serie di omissioni, anche clamorose, che avrebbero permesso al dirigente della Asl di Pescara di superare il rigido protocollo che si applica ai detenuti al loro ingresso in carcere e togliersi la vita il 7 aprile del 2021, ovvero poche ore dopo l’arresto per corruzione scattato nell’ambito di un’inchiesta della procura di Pescara su una gara da oltre 11 milioni di euro indetta dall’azienda sanitaria per l’affidamento della gestione di residenze psichiatriche extraospedaliere.
In particolare, la direttrice Ruggero, 62 anni, originaria di Roma e residente a Montesilvano, «dopo la prima visita di medicina generale, richiedeva un colloquio immediato del detenuto presso di sé, inducendo in tal modo Trotta a chiedere il differimento del colloquio psicologico» e tutti gli altri passaggi obbligati. E il clamore della vicenda emerge soprattutto dal fatto che nessuno sottopose Trotta a un’accurata perquisizione, tanto che gli venne lasciato il laccio del pantalone della propria tuta con il quale lo psichiatra si impiccò: morte che, secondo l’autopsia, avvenne per «asfissia meccanica violenta da impiccamento».
Non meno grave è il fatto che il detenuto aveva con sé della sostanza stupefacente. Nell’imputazione, infatti, si contestano alla direttrice una serie di omissioni legate alla circostanza che, dopo la visita medica, Ruggero fece saltare a Trotta tutto l’iter procedurale che lo avrebbe dovuto portare alla visita dello psicologo, e a quella dello psichiatra, che avrebbe individuato i fattori di rischio: addirittura al detenuto sarebbe stato concesso di tenere in cella un televisore funzionante che trasmetteva le notizie sul suo arresto, con tutti i particolari.
L’imputata ha omesso «di accertarsi che il detenuto nuovo giunto avesse completato il previsto percorso di accoglienza e sostegno, interrompendo in tal modo l’espletamento del preliminare colloquio di Trotta con lo psicologo presente in quel momento in istituto, che si sarebbe dovuto svolgere nel più breve tempo possibile, impedendo pertanto il ritiro di oggetti pericolosi nella disponibilità di Trotta, tra cui il laccio dei pantaloni della tuta, utilizzato dal medico per compiere il gesto suicidario, nonché impedendo la perquisizione accurata del Trotta e la sua sottoposizione al regime di “grande sorveglianza” o di “sorveglianza a vista”, tenuto anche conto del fatto che Trotta assumeva cocaina all’interno della propria cella poco prima di togliersi la vita». Quest’ultima circostanza venne fuori dall’esame tossicologico, che è stato coperto sempre da massimo riserbo, eseguito nel corso dell’autopsia.
Ma, nonostante tutto, il suicidio poteva ancora essere evitato soltanto se ci fosse stata quella sorveglianza a vista prevista in casi del genere. L’assistente capo della penitenziaria Caiazza, 54 anni, originario di Casoria, è accusato di aver violato «le norme che disciplinano le mansioni degli addetti alla sorveglianza e l’accoglienza e sostegno dei nuovi giunti negli istituti di pena», in primis quella che prevede che «la polizia penitenziaria, nel rispetto della dignità dei detenuti, deve custodire costantemente e sorvegliare i ristretti ovunque si trovino».
Gli imputati, difesi dagli avvocati Massimo Solari, Cristiano Bertoncini e Maria Concetta Berarducci, respingono le accuse.
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