Sul cantiere della ciclovia tra gallerie e trabocchi

Venti turisti in mountain bike sperimentano il futuro percorso Un tratto di costa chietina pronta ad accogliere ciclisti, runners, famiglie
ORTONA. Parcheggiamo alla stazione ferroviaria di Ortona con l’aria sorniona di chi si è lasciato alle spalle una giornata di pioggia aquilana e pensa di averla fatta franca. Il fatto che 20 cicloturisti in casuale rappresentanza delle quattro province abruzzesi si preparino con entusiasmo mette in secondo piano che anche qui il maltempo si avvicina. Pedalare lungo la costa per chi viene dalla montagna ed è abituato a forzare i muscoli sulle “Ritorte” di Arischia, o le salite della Cascina nell’Aquilano, è concettualmente un insulto. Chissà come andrà la nostra avventura.
ESPLORAZIONE IN MTB. L’idea esplorare la futura pista ciclabile della “Via verde dei trabocchi”, cantiere da percorrere con la massima attenzione, è del cicloamatore dell’Asd Gruppo Monti Gemelli di Campli, Enzo Racioppa, pugliese trapiantato in Abruzzo, supportato dall’amico Marco Tocchini. Scegliamo di partire da Ortona, ma in realtà il progetto della ‘Via verde dei trabocchi’, che s’interseca con la più estesa ‘Bike to coast’ della Regione Abruzzo, voluto e progettato dalla Provincia di Chieti, parte da Francavilla a Mare, con cui non è ancora congiunto. Inoltre, c’è da pensare al ritorno, che sarà in treno dalla stazione di Vasto. Imbocchiamo l’accesso all’ex binario della ottocentesca ferrovia Adriatica rimasto per anni in abbandono. Laddove fino a 20 anni fa correva il treno, ora non c’è più traccia di rotaie. La strada è inizialmente abbastanza spianata e percorribile, segno che i lavori stanno proseguendo. Il tratto da Ortona a San Vito, con due gallerie finestrate e una terza galleria lunga e buia in curva, nella località chiamata Acquabella, è tutto scorrevole. Essendo un cantiere, però, il fondo cambia spesso aspetto. Presto ai cicloamatori in mountainbike si sostituiranno famiglie, runners, bikers, turisti. Il rumore delle ruote sul selciato è sovrastato da quello delle onde che s’infrangono sulla massicciata ferroviaria. Gli occhi vorrebbero staccarsi dal suolo per seguire l'orizzonte dell’Adriatico, ma guai a perdere il contatto con un percorso così insidioso. Diversi gli escavatori e i mezzi pesanti con operai al lavoro che incontriamo in alcuni punti dell'ex binario.
Il fondo peggiora in corrispondenza delle gallerie a sud di San Vito, perché è quello originale di pietre spaccate su cui poggiavano i binari. Scavalcata Punta Acquabella, appare la prima di una serie di stazioni dismesse, che potrebbero diventare ostelli, punti di ristoro, servizi. Le idee in campo sono tante, ma c’è da discutere con Ferrovie dello Stato che ha messo all’asta le sue vecchie stazioni per 4,5 milioni di euro. Incontriamo diversi escursionisti, alcuni stranieri. Poco prima di San Vito appare il primo trabocco, Mucchiola. Che cosa incredibile, questi grossi ragni affondano le loro zampe di legno nell’acqua, come fanno a reggere all'urto delle correnti? Una volta completata la pista sarà più facile raggiungere queste antiche macchine da pesca. Ci lasciamo alle spalle anche il promontorio dannunziano, passandoci al di sotto, in galleria, qualcuno di noi non riesce ad accendere in tempo la frontale e procede alla cieca per qualche metro da brivido. I trabocchi si susseguono uno dietro l’altro, qualcuno è più famoso, come quello di Punta Cavalluccio nel territorio di Rocca San Giovanni. Siamo a ridosso di Fossacesia. Il tracciato ferroviario qui passa in mezzo al centro abitato, dove un tempo lo sferragliare dei treni era una costante, ora c’è pace. Qualche pensionato taglia l’erba nei giardini, altri appendono il bucato alla finestra. Improvvisamente spunta una recinzione, che ci costringe a uscire sulla strada per poi rientrare in corrispondenza del porto.
METÀ PERCORSO. Dopo il fiume Sangro si entra nel territorio di Torino di Sangro, a metà del guado e le gambe si fanno sentire. Siamo costretti a prendere un pezzo di Statale 16, perché poco più avanti, ci spiega Enzo, per un chilometro la massicciata ferroviaria è stata erosa dalla mareggiata. Nel territorio delle Morge, dove il nuovo tracciato ferroviario si sovrappone a quello dismesso, l’attenzione è attratta da un ceppo commemorativo alla memoria di Donato Iezzi, il giovane sindaco ucciso da un treno durante l’alluvione del 2003. Superiamo il vecchio ponte sul fiume Sinello, subito dopo il quale comincia il territorio della riserva protetta di Punta Aderci. La pioggia ormai ci ha quasi inzuppati e le gocce sugli occhiali non ci fanno vedere la strada. Qualcuno scivola e cade, e così, graffiato, riparte. Nel cuore della zona naturalistica protetta, in un tratto nella boscaglia selvaggia, una famigliola di tre cinghiali ci taglia la strada a un pugno di metri di distanza, si dirigono verso la spiaggia di Punta Penna alla ricerca delle uova di fratino, nell’eterna lotta per la sopravvivenza.
PUNTA ADERCI. Arrivare alla sommità di Punta Aderci non è cosa da poco. La salita ripida si fa con il cosiddetto ‘rampichino’, la combinazione di marce più leggere, la tachicardia dello sforzo si confonde con l’emozione della visuale. E’ il paradiso… Il verde intenso della vegetazione, arricchita qua e là dai fiori gialli di tarassaco, si contrappone in alto con il cielo, in basso con il mare. Al di sotto di Punta Aderci, poggiato sull’acqua come una balena a riposo, il trabocco più fortunato della storia. Riprendiamo le mtb. Da Punta Penna raggiungiamo una intrigante passerella di legno: a destra scorre la vegetazione, a sinistra le dune costiere, in fondo alle quali s’intravede il mare e il faro tra i più alti dell’Adriatico. A ridosso di Contrada Vignola riconquistiamo il binario dismesso per altri 7-8 chilometri intervallati da altre tre gallerie e altri trabocchi, sul fondo ciottoloso e cattivo della vecchia ferrovia, fino ad arrivare alla stazione ferroviaria di Vasto. Termina così, consapevoli di aver provato un viaggio unico, la nostra avventura, 50 km di bellezza lungo la via verde dei trabocchi.
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