Sulla bara la maglia da portiere «Addio al nostro gigante buono»

Chiesa di San Luigi gremita per i funerali di Marco Taraborrelli, morto a 42 anni nello schianto in auto I due figli in lacrime consolati dai piccoli amici calciatori. ll dolore dei genitori, l’abbraccio di Rocco Pagano
PESCARA. «Ciao Marco, ciao amore mio, ti ameremo per sempre». Mamma Adriana e papà Luciano stringono la foto del figlio Marco Taraborrelli, il 42enne morto nello schianto in macchina nella notte tra sabato e domenica scorsi sulla Val di Foro di Ripa Teatina, a pochi metri da casa. «Ci hai dato una bella fregatura figlio mio», si commuove il papà che abbraccia la bara del figlio, «sei stato l’amore più bello del mondo».
Ieri pomeriggio, nella chiesa di San Luigi Gonzaga, a Pescara, in centinaia danno l’ultimo saluto all’ex portiere che ha giocato in diverse squadre abruzzesi, e non solo, prima di interrompere la sua carriera sulla soglia dei trenta anni. Poi l’esperienza nel mondo della ristorazione con il suo locale Storico, a Villamagna, e da qualche mese in un’azienda come geometra. Ma il mondo del calcio non lo dimentica e tanti dei suoi ex compagni di squadra e allenatori lo salutano per l’ultima volta. Arriva Rocco Pagano, ex calciatore del Pescara; a dare le condoglianze alla famiglia anche il deputato di Fratelli d’Italia Guerino Testa. Nel curriculum calcistico di Taraborrelli ci sono i tre anni nella Primavera del Pescara, le esperienze con il Notaresco, la Pergolese (serie D marchigiana), il Miglianico (tre anni) e il Ripa Teatina (anche qui tre anni) e poi una breve ma importante parentesi nella serie A greca con la maglia dell’Olimpiakos Pireo.
Sulla bara dell’ex portiere ci sono due rose intrecciate, una blu e una nera, a ricordare la sua fede per l’Inter. Poi arriva Katia, la moglie, a poggiare la maglia numero 1 del Pescara sui fiori, donata qualche istante prima della messa dal dirigente dei biancazzurri, Angelo Londrillo. Stretti attorno a Katia ci sono poi i piccoli Leonardo e Christian, 9 e 12 anni, che non si danno pace. «Quando è notte», dice don Mauro Pallini rivolgendosi ai due bimbi, «il buio vi fa paura. Ma è anche vero che se andiamo in montagna è guardiamo il cielo stellato, anche se è buio, quel cielo ci piace perché è pieno di stelle. In questo momento il vostro cielo stellato è coperto dalle nuvole. La fede sarà la vostra ancora per andare avanti. Quando le nuvole andranno via, tornerete a rivedere le stelle». A dare forza a Leonardo e Christian ci sono anche i compagni delle loro squadre di calcio: lo Sporting Pianella, dove giocano adesso, e il Cantera Adriatica, la loro ex squadra. Marco aveva saputo trasmettere la passione del pallone anche ai suoi figli. Alto più di un metro e novanta, l’ex portiere è stato per tutti il «gigante dal cuore buono», ricorda frate Rocco Ruccolo, «quando lo incontravo mi faceva quasi paura. Era grande e dallo sguardo che sembrava duro, ma in realtà era tenero e dolce. Ti sapeva ascoltare, era un amicone simpatico che sapeva stare accanto a tutti. Ti porteremo per sempre nel cuore, Marco».
La chiesa di San Luigi gremita piange Marco strappato alla vita troppo presto, per cause che nessuno potrà mai accertare. «Ma è anche una chiesa piena di vita», dice don Amedeo José Rossi, «perché lui è ancora in mezzo a noi. C’è tristezza, ci sentiamo schiacciati dalla morte, ma non siamo soli perché dobbiamo credere in questo giorno in cui Marco è tra le braccia del Signore». Alla fine dei funerali, la bara di Marco esce dalla chiesa accompagnata dalla famiglia e dal piccolo Christian che tiene sulle spalle la divisa del papà. Poi un lungo applauso saluta la maglia numero 1 sul campo da calcio. «Ciao Marco», urla la sorella Cristina prima che lo sportello del carro funebre si chiuda.

