Tabacchi Jazz, i pescaresi in “trasferta” per ballare

23 Luglio 2022

A Silvi, il locale di Romanelli e Bertoni lanciò la moda di danzare su tavoli e sedie «Era un vecchio alimentari nato negli anni ’30, così diventò una meta della notte»

PESCARA. La musica dal vivo con le band capaci di far scatenare centinaia di persone ogni sera. Il ballo senza freni, sviluppato su “tre livelli”, tra il pavimento, le sedie e i tavoli. Persone, lì per divertirsi, accalcate talmente tanto da impedire ai camerieri di girare tra i tavoli, ma i vassoi arrivavano comunque a destinazione. Tutto questo era il Tabacchi Jazz, il locale che dal 1994 fino al 2010 ha portato a Silvi Marina i pescaresi, ma anche i marchigiani. A creare questo luogo magico sono stati Aldo Bertoni ed Ezio Romanelli, duo affiatato che da allora ad oggi continua a far vivere il mondo della notte e che negli anni ha dato vita ai punti di riferimento della movida danzante pescarese, dal Traghetto, versione estiva del Tabacchi sul lungomare nord di Pescara, al Megà, vecchio auditorium abbandonato, divenuto discoteca nel 2002 proprio grazie a loro. E poi ancora il Caffè Letterario, le Tre Palme, il Jambo.
Il loro legame si stringe in un mondo completamente diverso. «Nel 1989 facevamo i consulenti finanziari», ricorda Aldo, «però avevamo il pallino di cambiare vita e di buttarci su questo settore, perché avevamo questa passione per la musica, specie live. Abbiamo inaugurato il 4 febbraio 1994 e fu subito un successo. Il Tabacchi Jazz era un locale particolare, uno dei primi che si rifaceva al genere di osteria». A dare la spinta è stata la vecchia attività del nonno di Ezio, che stava lì «ferma e abbandonata dagli anni ’60. Era un emporio degli anni ’30. Il primo “iper” del Dopoguerra, perché conteneva in uno stesso posto un alimentari, una macelleria e una tabaccheria. L’abbiamo riqualificato, lasciando l’arredo dell’epoca e le vecchie pubblicità del tempo», dice Ezio. Il pavimento era quello originale. Il bancone era ricavato da quello della macelleria. La porta era la stessa della vecchia cella frigorifera. Anche il nome arrivava dall’antica insegna.
Il Tabacchi – alla porta, tra divagazioni filosofiche e necessità di tenere ordine, il sorriso rassicurante e determinato di Fabio Costantini – è stato il locale delle prime volte. Il primo posto a fare musica live con gruppi provenienti da ogni parte d’Italia. Il primo locale a far ballare sui tavoli. Il primo a organizzare serate per ballare ogni sera. «Il primissimo anno facevamo il jazz il sabato. Vennero grandi artisti, come Roberta Faccani, che poi fu la voce dei Matia Bazar. Poi ogni sera qualcosa di diverso. Il martedì musica gipsy, il giovedì all’inizio era brasiliana. Il venerdì c’erano i Billy Bros, il sabato i Secondo Senso. E poi la domenica avevamo la rassegna di Cabaret, con grandi comici, perché avevamo una collaborazione con il Costanzo Show creata tramite Leo Nodari».
Il Tabacchi è stato un vero fenomeno durato 15 anni, fino al 2010, quando chiuse per la guerra per i rumori con il vicinato (alla fine vinta dal locale di fronte al Tar). Un fenomeno ampliatosi con la versione estiva, aperta al Traghetto dal ’96. «Quell’anno sulla riviera, la sera, c’erano il Barracuda e l’Ammiraglia. Non c’erano le discoteche sul mare. Noi eravamo aperti tutte le sere e i turisti trovavano un ambiente bello e accogliente. Abbiamo avuto ospiti Cesare Cremonini, Alessia Fabiani, Youssou N’Dour, venuti al Traghetto a ballare», spiegano.
Nel 1997, Pupi Avati sceglie il Tabacchi a Silvi per girare alcune scene del film “Ti Amo Maria”, con Giampiero Ingrassia, in cui Ezio fa una particina. «Venne Carlo Delle Piane una sera. Gli avevano parlato del locale e ci fece il film», racconta Romanelli.
«Siamo rimasti aperti fino al 2010. È stato veramente un successo per tanti. Eravamo una famiglia. Ci si conosceva tutti». «Erano anni completamente diversi. I più belli», commenta Bertoni. «Ricordo che il locale era talmente tanto pieno, che i camerieri non potevano passare e così si faceva partire il vassoio dal bancone. I clienti se lo passavano di mano in mano. Arrivava a destinazione e poi tornava indietro, con i soldi sopra. Altri tempi».