Tercas, 602 milioni di rosso «Ecco come lo copriremo»

9 Luglio 2014

Il commissario Sora svela i conti della gestione straordinaria, dopo il crac Imponenti svalutazioni sui crediti. Già ad agosto l’ingresso della Pop Bari

TERAMO. Sei-cento-due milioni di euro: a tanto ammonta il conto finale, in termini di perdite, della gestione d’emergenza della Tercas, la più importante banca abruzzese. Coprire l’enorme buco non è stato facile, ma la paziente opera di ricostruzione messa in atto dal commissario straordinario Riccardo Sora, ha consentito di mettere in atto una complicata operazione che da settembre consentirà di rimettersi in carreggiata, con un nuovo azionista (la Banca Popolare di Bari) e un patrimonio netto ritornato positivo, pari a 168 milioni di euro. Ma non è stato un viaggio facile quello iniziato da Sora il 3 maggio di due anni fa, quando la Banca d’Italia ruppe gli indugi e, dopo un’ispezione dagli esiti disastrosi, decise di mandare a casa l’intero consiglio d’amministrazione e di mettere tutto nelle mani di un uomo esperto nella rianimazione di banche in coma. Sora veniva da Rimini, dove aveva rimesso in piedi la locale Cassa di Risparmio, ma qui il caso appariva ancora più disperato, dopo le spericolate manovre finanziarie messe in atto dal direttore generale Antonio Di Matteo, poi arrestato nel dicembre scorso. Due anni di duro lavoro, che il commissario ha ricostruito in maniera certosina nel documento di 25 pagine scritto per spiegare ai vecchi azionisti della banca che cosa è successo. Per dire loro che i loro titoli sono carta straccia e che non c’è alternativa alla vendita di Tercas alla Banca Popolare di Bari, che subito dopo l’assemblea del 29 luglio staccherà un assegno di 230 milioni di euro.

Non una passeggiata, dicevamo, con un istituto che ogni mese allargava le sue perdite e possibili acquirenti che si sfilavano uno dopo l’altro e la liquidità che si approssimava allo zero. L’ultimo a tirarsi indietro è stato il Credito Valtellinese, che, dopo avere guardato i conti, ha detto: grazie, non ci interessa.

È in quel momento, nell’autunno dello scorso anno, che si è temuto il crac: l’idea di rimettere la banca nelle mani delle Fondazioni abruzzesi non convinceva la Banca d’Italia e serviva un cavaliere bianco che sbucasse dal nulla a fare il miracolo. Ed è lì è sbucata fuori la soluzione pugliese: già il 5 novembre scorso, per dimostrare quanto le sue intenzioni fossero serie, la Popolare barese ha prestato a Teramo un finanziamento di 480 milioni di euro, una cifra enorme. A quel punto, potendo ormai contare su un socio industriale, Sora ha potuto concentrarsi sui tavoli romani, per convincere il Fondo interbancario di garanzia dei depositi di contribuire a chiudere almeno una parte della voragine. Non è stato facile, ma alla fine il Fondo si è convinto a versare 265 milioni, accompagnati da un complesso meccanismo di clausole che porteranno a un conguaglio, positivo o negativo, a seconda di come si concluderanno alcune vicende creditizie e fiscali che Tercas ha tuttora aperte.

A questo punto Sora, da paziente ragioniere qual è, ha potuto rimettere insieme tutte le tessere che gli consentono di coprire i 602 milioni di perdita di cui parlavamo all’inizio: 286 milioni vengono dalle riserve che Tercas aveva accumulato nei decenni, 50 dal capitale sociale, 265 dal Fondo e 230 dalla Popolare di Bari. Morale: il patrimonio netto, pesantemente negativo a tutt’oggi, tornerà in positivo per 168 milioni di euro. Con esso il cosiddetto “Tier 1”, ovvero il coefficiente che misura la solidità, risalito a un onorevole 7,5%. Non tutti possono gioire, naturalmente: i vecchi soci hanno perso tutto, a cominciare dalla Fondazione Tercas, che possedeva il 65%. Anzi, le loro azioni secondo i calcoli di Sora avrebbero un valore addirittura negativo, di 5,5 euro ciascuna.

E il 29, nell’assemblea convocata presso l’Aula magna del campus universitario di Coste Sant’Agostino, non potranno neppure opporsi alla vendita di quella che fu la loro banca: così ha deciso la Banca d’Italia e in queste gestioni commissariali questi diktat non si discutono. Piaccia o non piaccia.

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