Terme di Caramanico, appello alla Regione

18 Maggio 2022

La Cgil chiede un confronto urgente per la riapertura dell’impianto: «Mortificato l’intero territorio»

PESCARA. Un confronto urgente allo scopo di avere chiarimenti, ma anche un intervento pubblico diretto, per la ripartenza delle Terme di Caramanico.
È la richiesta indirizzata alla Regione che arriva dalla Cgil Pescara e dallo Spi Cgil. A ottobre scorso il tribunale ha decretato il fallimento della società, mettendo la parola fine sull'impianto più importante della regione, con circa 15 mila utenti annuali. Ora, con la seconda stagione di inattività alle porte, i segretari generali Luca Ondifero (Cgil Pescara) e Alessandra Di Simone (Spi Cgil Pescara) riaccendono i riflettori su una chiusura che «ha mortificato non solo la comunità locale, le lavoratrici e i lavoratori, l’economia e le tradizioni del territorio, ma ha segnato pesantemente la retrocessione della nostra regione rispetto all’offerta termale e turistica», affermano.
«La presenza secolare di acque curative ha determinato la toponomastica di quel territorio, la storia di Caramanico Terme è strettamente legata al termalismo, e non possono essere l’incuria di un gestore privato o il disinteresse della politica a cancellare quella storia, quell’economia, quell’identità». È a partire da questa riflessione che Cgil Pescara e Spi Cgil «non solo in rappresentanza delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati e delle pensionate, ma anche nell’interesse dell’intera comunità», richiamano all'appello le istituzioni affinché si assumano «tutte le responsabilità e cerchino le soluzioni, anche attraverso il diretto intervento pubblico, per rilanciare quella struttura termale e l’intero comprensorio della Valle dell’Orta».
La chiusura dello stabilimento rappresenta un problema sul fronte dell’occupazione, per l’aspetto di tutela della salute pubblica e riabilitazione sanitaria a cui assolve la struttura sul piano turistico, dal momento che l'impianto è sempre stato un traino per il comparto alberghiero, ma anche sul versante ambientale poiché «il perdurare della chiusura rischia di produrre gravissimi danni anche alla qualità delle acque, che potrebbero risultare irreversibili e comunque richiedere ingenti somme di denaro per ripristinarne la pregiatissima qualità», precisano. Per i rappresentanti sindacali, la procedura fallimentare della società «non deve essere un alibi, né un impedimento, né condizionare le scelte politiche di sviluppo e rilancio del territorio che competono a chi gestisce la cosa pubblica».
(m.pa.)