Terme, parte l’appello disperato «Riapriamo o per noi è la fine»

Nostro viaggio in un territorio in grave difficoltà economica a causa della chiusura dello stabilimento Dipendenti, operatori commerciali e residenti: «Qui le acque migliori d’Italia, fateci ripartire subito»
CARAMANICO. «Abbiamo resistito, sofferto e stretto i denti in questi ultimi tre anni. Ci siamo reinventati vite e lavori per non “chiudere” il paese, ma per Caramanico le Terme rappresentano la stabilità dell’economia del territorio con un indotto di migliaia di famiglie, ora sul lastrico. Non possiamo andare avanti per sempre col turismo mordi e fuggi, siamo pronti a ripartire ma l’impianto deve riaprire al più presto. Non può esistere Caramanico Terme senza le terme».
È uno stato d’animo sospeso quello degli imprenditori caramanichesi, albergatori, ristoratori, negozianti, ma anche cittadini, che non hanno mollato, nonostante il Covid e la chiusura a pieno regime (autunno 2020) della struttura che ha sempre vantato le «acque minerali tra le migliori d’Europa» (come si legge sul sito istituzionale) e che oggi ha i cancelli di via Torre Alta, sbarrati. Dietro di essi, il silenzio dell’abbandono. Dalle mattonelle di cemento spuntano ciuffi d’erba secca che anticipano un pericoloso degrado. Tace anche il gorgoglio delle fontane con le acque terapeutiche che per un secolo (la fondazione dello stabilimento risale ai primi del ’900) hanno attirato turisti da mezzo mondo. Chiusa da un anno anche la sorgente del Pisciarello, dove tutto il paese attinge l’acqua buona della vallata.
Sbloccare anni di stallo per far ripartire l’economia dell’indotto è la spinta del sindaco, Luigi De Acetis: «Auspico che l’amministratore giudiziario (Guglielmo Lancasteri, ndr), contestualmente all’istanza di fallimento, presenti richiesta di una gestione provvisoria dell’attività termale per ridare ossigeno al nostro territorio. La passata gestione irresponsabile delle Terme ci ha condotti a questa situazione surreale». «Negli anni d’oro e fino a quattro anni fa», raccontano Francesco Di Domizio, presidente dell’Act, Associazione degli albergatori di Caramanico ed esponente di Federalberghi nonché titolare dell’hotel Pescofalcone; Walter Villani col figlio Angelo, Antonio Di Piero ed Eriberto Carestia, titolari rispettivamente dell’hotel Mazzocca, Di Piero e Cercone, «qui arrivavano 20 autobus al giorno stracolmi di persone che venivano a fare le cure termali. Restavano minimo 12 giorni, contro i 2-3 di oggi. Reggevamo 250mila presenze a stagione, da marzo a dicembre e le Terme davano lavoro a 150 dipendenti». «Oggi la situazione è drammatica», proseguono i rappresentanti dell’imprenditoria locale (un migliaio di posti letto nelle 25 strutture ricettive, alberghi, affittacamere, affitta appartamenti, bed & breakfast) che si fanno immortalare, anche un po’ provocatoriamente, a braccia conserte davanti ai cancelli chiusi dello stabilimento a testimonianza del momento più difficile in cento anni di storia delle Terme, «abbiamo perso il 98% dei clienti termali, l’80% del fatturato e viaggiamo a ranghi ridotti anche col personale che siamo stati costretti a ridurre per non saltare in aria».
«Finora», sottolineano con forza, «abbiamo lavorato grazie alla nostra bravura, ai clienti affezionati che comunque restano delusi da quei cancelli chiusi che hanno fatto la nostra storia, alla bellezza del luogo e ai turisti che scelgono la Valle dell’Orfento per le escursioni». Li vedi, i turisti, sciamare lentamente a gruppetti e famigliole, lungo le vie del paese, via Roma, piazza Marconi, via Gaetano Bernardi, con i bastoni da trekking a tracolla. Arrivano da Lombardia, Toscana, Lazio, Puglia, Umbria, Marche, Emilia ma anche dall’estero, tedeschi, inglesi, francesi, danesi.
Lanciano appelli alle istituzioni, gli operatori delle strutture ricettive: «Chiediamo fondi alla Regione per far ripartire il turismo di Caramanico che è anche il turismo di un grande territorio dalle mille potenzialità, da Sant’Eufemia a Lettomanoppello, da Roccamorice a Salle, Scafa, Abbateggio, San Valentino, Pescara», località dove gli ex dipendenti delle Terme vivono, dove hanno dovuto ricostruirsi un futuro e da dove sono andati via alla ricerca di migliori opportunità. Futuro che riguarda anche le famiglie dei commercianti dei vari territori che per anni hanno assicurato le forniture delle merci. Col «Comune di Pescara e l’aeroporto d’Abruzzo vorremmo avviare un dialogo per il futuro delle nostre comunità, ma intanto» propongono gli imprenditori locali, «vorremmo che almeno il parco termale, venisse riaperto al pubblico per non perdere quel senso di continuità dell’ospitalità che ci ha sempre contraddistinto». «Non c’è caramanichese che non abbia avuto un familiare alle dipendenze termali, su 1.500 abitanti nel 2017 erano 220 assunti», svela Guido D’Angelo, oggi titolare con la moglie Valentina Faccia del ristorante Marano (chef Mauro D’Ottavio di Pescara) uno dei 12 del comprensorio, ex lavoratori delle Terme per 20 anni.
Ada e Frida, turiste di Civitanova, si soffermano davanti a quegli imponenti cancelli verdi: «Che tristezza, siamo venute qui tante volte. Le cure termali sono un bene sociale, oltre che una risorsa economica per il territorio». Giovanna Lisi e Fernando Todisco arrivano da Lecce: «Siamo venuti apposta per le terme e sono chiuse, non lo sapevamo. Che delusione».
Giuseppe e Ivana Ciuffetta, con la piccola Matilde, fanno un picnic in piazza Marconi: «Un giorno alle Terme ci saremmo stati, peccato. Ma se riaprono, torneremo». Luca Antonini di Todi, è di ritorno dagli eremi celestiniani, alloggia a Roccamorice ma fa escursioni a Caramanico: «Io cerco esperienze sensoriali nelle terme, qui hanno un’acqua buonissima», dice mentre ordina rapidamente un caffè alla gelateria Crema e Cioccolata (in corso Bernardi) dei fratelli Simone e Alessio D’Ettorre che dopo aver perso il lavoro alle Terme, come papà Giuseppe operativo per 34 anni al reparto fanghi e mamma Vincenzina Zenobi, si sono rimboccati le maniche e fondato da capo l’attività che oggi conducono con successo: «Le Terme sono la linfa vitale di Caramanico», dicono amareggiati, «non è giusto che questo paese debba morire per gestioni e scelte sbagliate di alcuni. Noi siamo rimasti perché questo è il nostro paese, qui volevamo rinascere e qui resteremo a costo di grandi sacrifici. Ma tanti turisti non torneranno più».
«Senza le Terme non si vive, col turismo mordi e fuggi si campicchia», interviene Rita Scalpelli, che vende souvenir nel negozio all’Angolo, in piazza Marconi.
Antonio D’Alfonso, originario di Cepagatti, titolare di “Peperosa”, cappelli e borse in via Roma, è sconfortato ma va avanti: «Dopo 40 anni stavo per chiudere, mi sono dovuto reinventare: negli ultimi tre anni mi hanno salvato le scarpe da trekking. Non ci abbandonate».

