Teti, il prof che piace all’ex capo della Cia

Petraeus si complimenta con il docente della D’Annunzio per il suo libro che svela i rischi dei social
CHIETI. La fotografia del generale americano David Petraeus, ex direttore della Cia, considerato fino a qualche anno fa uno degli uomini più potenti al mondo, che tiene tra le mani "Virtual humint" (edizioni Rubbettino), la dice lunga sulla valenza dell'ultima fatica letteraria di Antonio Teti. responsabile dei sistemi informativi e innovazione tecnologica dell'Università "D'Annunzio".
L’ex grande capo della Cia si è congratulato con il docente dell’Ateneo di Chieti Pescara esperto in cyber intelligence e cyber secutity, comunicandogli che trova fondamentalmente il suo libro, a livello mondiale, per la comprensione di come si possano trasformare le informazioni presenti nei social in strumenti di manipolazione di massa. L’ultimo libro di Teti dà infatti un messaggio molto chiaro ai lettori: i social e internet vanno utilizzati solo come strumento professionale. Mai immettere in rete fotografie, soprattutto di minorenni, informazioni personali sulla famiglia e sugli amici, su vacanze, abitudini, gusti e preferenze sessuali, politiche e religiose. Possono diventare facile arma di ricatto o pressione, se finiscono in mani sbagliate.
Si parte da un assunto: la vecchia figura dell'investigatore privato oppure il lavoro più complesso dei servizi segreti si è trasformata, nel tempo. «È stata sostituita», afferma Teti, «in quanto l'attività di raccolta di informazioni su una persona, un'azienda o un'organizzazione avviene attraverso la rete e i social media. Nel libro spiego esattamente com'è possibile mettere insieme un pacchetto di informazioni completo, ad esempio, attraverso Facebook, Instagram, Twitter, le piattaforme più diffuse».
Da qui si può estrapolare agilmente di tutto: immagini, informazioni, contatti personali e delineare il profilo di ciascun utente. «Anche gusti e tendenze», afferma Teti, «per attivare un processo di manipolazione psicologica, persuasione o propaganda. Ciò che avviene facilmente in ambito politico». Ma dov'è il confine sottile di demarcazione per la violazione della privacy, che sfocia nell'illegalità, se veniamo pedinati e fotografati da un investigatore privato piuttosto che "spiati" sui social?
«Il rispetto della privacy, al di là della normativa vigente, è solo sulla carta. Di fatto non esiste», fa notare Teti, «a causa della dispersione delle informazioni all'interno dei data base. Inserendo immagini e informazioni personali siamo, al tempo stesso, produttori e fruitori della rete e consentiamo a chiunque di prelevarle. Un'attività pericolosissima, che se da una parte può offrire opportunità, dall'altra apre scenari dannosi riconducibili a un non corretto utilizzo delle stesse informazioni. Per questo, ogni persona deve limitare al massimo l'inserimento dei dati personali».
E se l'attività di un investigatore privato o quella delle società di "social media intelligence" viene scoperta, come si possono far valere i propri diritti? «Se dimostrata, attraverso indagini e conferme certe, si può far valere il diritto alla privacy e agire legalmente», conclude Teti, «la rete va usata con intelligenza, evitando che diventi una fucìna di informazioni». (m.p.)

