Teti: «Non ci sarà guerra tra Usa e Iran»

Parla l’unico abruzzese in contatto con il comandante Petraeus, ex direttore della Cia e capo dell’esercito in Iraq e Afghanistan
PESCARA. «No, la guerra non scoppierà». A dirlo è Antonio Teti, esperto di cyber intelligence protezione del sistema Paese, docente all’Università D’Annunzio e soprattutto unico abruzzese in contatto costante con David Petraeus, il generale statunitense che ha diretto la Cia e comandato l’esercito Usa sia in Iraq che in Afghanistan.
L’intervista a Teti fa quindi capire lo scenario internazionale di queste ore.
Professor Teti secondo lei quale impatto potrà avere l’eliminazione del generale Suleimani sullo scacchiere mediorientale?
«L’uccisione di Qassem Suleimani rappresenta un evento di grande rilevanza, per certi versi superiore persino a quella di Osama bin Laden e di al-Baghdadi. Era più di un semplice capo militare, era considerato un personaggio leggendario. Stratega dotato di finissima intelligenza e grande personalità aveva rappresentato indirettamente il più grande alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Iraq nel 2015. Era molto apprezzato anche dalle nuove generazioni di iraniani, notoriamente ostili alla classe politica e militare del Paese. Va anche considerato che Suleimani era considerato l’architetto dell’operazione di consolidamento del potere sciita che si estende dall’Iran all’Iraq attraverso la Siria ed il Libano meridionale. Quindi le domande da porsi sono due: quale sarà la reazione dell’Iran verso gli Stati Uniti e come saranno dirette le milizie sciite presenti nei paesi mediorientali».
Non crede all’ipotesi di un conflitto bellico?
«Non ci ho mai creduto e gli ultimi eventi verificatisi mi hanno dato ragione. Anche se la morte di Suleimani assume un enorme significato, bisogna analizzare una serie di fattori. Pur essendo molto vicino ad Ali Khamenei, fino anche ad essere visto come il suo naturale successore, il generale possedeva una personalità complessa: custodiva gelosamente i suoi pensieri e non era propenso ad aperture e confidenze, al punto tale da entrare, per questi suoi aspetti caratteriali, in aperta collisione con i vertici dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (Irgc), ed in particolare con ambienti legati all’industria militare del Paese. Non a caso veniva considerato da questi gruppi più come un pericoloso competitor che non come un alleato. Altro aspetto da considerare è quello dello scenario interno dell’Iran che è tra i paesi islamici quello che ha risentito maggiormente della occidentalizzazione dei costumi. I disordini popolari e le frequenti manifestazioni contro il regime hanno prodotto una fragilità sociale e politica notevole. L’embargo internazionale di questi anni ha sfiancato l’economia iraniana al punto tale che la popolazione ha perfino difficoltà a trovare alcuni medicinali reperibili solo nel mercato nero. Anche solo in funzione di queste considerazioni, un conflitto armato con gli Stati Uniti significherebbe per Teheran il crollo del paese».
Ci sta dicendo che il regime iraniano subirà l’affronto senza ulteriori reazioni?
«Ritengo che potremo assistere anche ad altri eventi simili ai recenti attacchi condotti verso le due basi americane in Iraq, ma saranno comunque azioni militarmente irrilevanti. Mi spiego meglio. Tra le varie ipotesi di risposta c’era quella di scatenare un’operazione militare con il coinvolgimento delle milizie filoiraniane in Iraq e Siria, ma ciò avrebbe provocato una chain reaction, una reazione a catena, che avrebbe coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele, paesi che non hanno nessuna intenzione di rimanere impelagati in un conflitto bellico che provocherebbe nell’area una crisi economica e sociale irreversibile. Un’azione del genere avrebbe prodotto il totale isolamento dell’Iran. Un’altra opzione poteva essere quella di condurre una serie di attacchi micidiali contro le forze armate statunitensi nella regione, ma anche in questo caso l’unica conseguenza sarebbe stata quella dell’inasprimento della reazione americana che avrebbe prodotto bombardamenti all’interno del territorio iraniano, realizzando forse il sogno più ambito del presidente Trump, ossia quello di porre fine al governo di Khamenei. Anche la carta del terrorismo lascia ben poche possibilità di rivalsa perché distruggerebbe tutte le azioni politiche condotte nel corso dell’ultimo decennio dal governo di Teheran per cercare di conquistare credibilità e affidabilità per la conduzione di un dialogo finalizzato soprattutto alla riduzione delle sanzioni. Il governo iraniano ha considerato il cosiddetto options menu, un ventaglio delle possibili opzioni di risposta, e ha scelto quella migliore per salvare la faccia con il popolo evitando di condurre il paese verso il baratro».
Quindi ci sta dicendo che il presidente Trump non ha commesso un tragico errore come molti asseriscono nell’aver assunto la decisione di eliminare Suleimani?
«Trump ha giocato d’azzardo, puntando su una carta che poteva rivelarsi vincente. Concordo con il parere espresso in un’intervista rilasciata dal mio amico il generale Petraeus che definisce nel “reestablish deterrence” il vero obiettivo di Trump. Il presidente ha voluto mostrare di saper reagire duramente alle azioni condotte contro gli Stati Uniti e culminate nell’assalto di manifestanti all’ambasciata Usa di Baghdad. Negli ultimi tempi era nota una sorta di inconsistenza del livello di “deterrenza” esercitata dagli americani nel contesto mediorientale. Durante la campagna presidenziale il taicun statunitense ha sempre contestato la politica giudicata estremamente morbida del suo predecessore Barack Obama verso l’Iran. Non a caso sono stati designati due autentici “falchi” nelle posizioni di governo come John Bolton quale Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Mike Pompeo come Segretario di Stato. Cercare uno scontro diretto con gli Stati Uniti, in riferimento agli attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad e la base di Al-Balad è stato per l’Iran un errore strategico enorme».
Quindi ha sbagliato il governo di Teheran?
«Diciamo che forse la mossa migliore per gli iraniani sarebbe stata quella agevolare un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, un’azione che avrebbe posto certamente il paese sotto una luce diversa, anche in Europa, e che avrebbe messo in difficoltà lo stesso presidente statunitense. Va anche sottolineato che negli ultimi decenni l’interesse della politica estera di Washington è sempre più orientata verso le aree dell’Oceano Pacifico e le risorse petrolifere del contesto mediorientale, pur conservando una notevole valore, non rappresentano più un elemento vitale per la sicurezza degli Stati Uniti. Anche se gli americani hanno iniziato un processo di smilitarizzazione del contesto mediorientale, sarebbe un errore ritenere che abbiano intenzione di lasciare spazi di potere a Turchia, Russia e Cina. Potrebbe essere proprio Teheran in questo momento a trovarsi all’angolo».

