«Tornati a Pescara per fuggire dalla guerra»

La storia di una badante ucraina e della sua famiglia: ora sono ospiti della parrocchia di via Montanara
PESCARA. È in salvo con la sua famiglia nella chiesa, San Paolo Apostolo di via Montanara, dove andava a pregare quando lavorava come badante a Pescara. Oggi è una profuga Myroslava Nasadyuk, detta Myra, 66 anni, ma per 17 anni ha vissuto in città, fino a dicembre, quando è tornata in Ucraina per godersi gli anni della pensione. Invece è scoppiata la guerra e Myra è scappata da Ivano-Frankivs'k, 600 chilometri da Kiev, e il 10 marzo è tornata a Pescara con la figlia Mariia Gandziuk e quattro nipoti, Liliia Handziuk, 26 anni; Arianna Ivankiv, 14 anni; Milana Kinash, 4 anni e Artem Lychuk, 3 anni.
La famigliola è stata accolta da don Ezio Di Pietropaolo, che ha messo a loro disposizione un appartamento parrocchiale con 4 stanze, bagno e cucina. Le credenze sono piene di ogni ben di Dio e sulla tavola non manca nulla «grazie alla generosità dei nostri parrocchiani che hanno preso a cuore le sorti di questa famiglia che potrà restare con noi sino alla fine dell'emergenza», rassicura il parroco con un passato sul fronte albanese e sostenuto in questo progetto solidale da Clemente Trignani. Era stato allertato degli arrivi da Ezio, un amico di Montesilvano. Erano in 10 ai primi di marzo, 4 ucraini sono stati ospitati da parenti in Cecoslovacchia. Gli occhi di Myra si inumidiscono: «Non ringrazieremo mai abbastanza don Ezio che ci ha accolti a braccia aperte», dice emozionata, «per giorni, in Ucraina, abbiamo vissuto nelle cantine buie, senza aria, acqua o coperte per scaldarci, con gli allarmi che ci svegliavano anche quattro volte in una notte. Finché mia figlia mi ha detto: per favore metti in salvo i bambini, portali a Pescara. Oggi sono una profuga e, mai avrei immaginato, ho trovato riparo nella chiesa dove venivo sempre a pregare. Non ci manca nulla, il quartiere ci aiuta con viveri e giochi. Abbiamo solo il cuore spezzato per i nostri uomini, militari, che sono al fronte, uno di essi con la moglie».
I bambini corrono e giocano sereni nel piazzale antistante la chiesa, ma fino a qualche giorno fa erano traumatizzati dalle bombe che esplodevano vicino la loro casa di campagna: «Chiamano al telefono il papà e gli dicono vieni tu qui, noi non torniamo, abbiamo troppa paura». Il grazie della sfollata va anche a Diana, una residente, che insegna loro l'italiano.

