Tortuga, il giudice sfratta i Vaccaro «Avete sette giorni per andare via»

15 Giugno 2020

La famiglia teatina, titolare della società Sogepa srl, da tempo non pagava l’affitto: puntava a ottenere  il rinnovo pluriennale della gestione, ma il ricorso contro gli attuali amministratori giudiziari è stato respinto

PESCARA. La famiglia teatina Vaccaro, titolare della società Sogepa srl, che gestisce uno dei più famosi e storici locali della riviera pescarese, fra sette giorni dovrà lasciare tutto. E' una sorta di "sfratto" per morosità sentenziato dal giudice del tribunale di Pescara, Federico Ria, che ha rigettato il tentativo della Sogepa di aggirare l'ostacolo, attivando un ricorso di urgenza contro gli attuali amministratori giudiziari, sostenendo che si tratta di una locazione di immobile commerciale e non di un ramo di azienda.
Il Tortuga rientra in una complessa vicenda che riguarda i problemi giudiziari dell'imprenditore Mauro Mattucci, che nei mesi scorsi venne sdoppiata, finendo su due binari diversi: uno rimasto a Chieti, l'altro finito a Pescara. In questo contestato si inserisce anche il sequestro patrimoniale inizialmente disposto da Chieti, poi annullato dalla Corte d'appello e di nuovo riproposto a Pescara (misura di prevenzione non ancora definita per l'appello in corso all'Aquila, dove il legale di Mattucci, l'avvocato Alessandro Perrucci, ha riproposto l'incompetenza territoriale di Pescara), lasciando così inalterato l'intervento degli amministratori giudiziari. La Sogepa si era inserita a suo tempo nella vicenda Tortuga, partecipando a un bando per l'assegnazione di rami di azienda che prevedevano la gestione di Tortuga, ristorante, spiaggia e intrattenimento notturno.
Ma da diverso tempo la società dei Vaccaro non versava più il dovuto per cui stava per scattare il mancato rinnovo della gestione che è sempre stato annuale con possibilità di rinnovo. Quindi, sapendo che c'era un alto rischio di essere estromessa, la Sogepa decise di giocare d'anticipo, proponendo un ricorso di urgenza, sostenendo che quell'affitto riguardava una locazione commerciale di immobile, per avere così la possibilità di rientrare nella classica locazione rinnovabile, nel caso di specie, di sei anni più sei. Se fosse passata questa linea, avrebbe potuto restare alla guida del Tortuga per molti anni ancora.
Ma la decisione del giudice pescarese, articolata in venti pagine, non ha lasciato scampo alla società dei Vaccaro che adesso, entro sette giorni dalla data di notifica del provvedimento, e cioè l'11 giugno scorso, dovrà lasciare ogni attività.
Il giudice, dopo aver dichiarato l'improcedibilità della domanda dei Vaccaro, «accoglie il ricorso proposto da "M-Immobiliare" e "T&A" (le società che si erano inserite nello stesso ricorso per ottenere il rilascio immediato dei rami d'azienda interessati), ordina a Sogepa l'immediata restituzione dei rami di azienda oggetto dei contratti di affitto di cui alla scrittura privata autenticata dell'11 maggio 2016 mediante consegna di tutti i beni costituiti in azienda come inventariati», fissando da subito in 500 euro «l'importo della somma dovuta da Sogepa per ogni giorno di ritardo nell'esecuzione del provvedimento, a decorrere dal settimo giorno successivo alla notifica dello stesso».
Il giudice, nel rigettare tutte le eccezioni della ricorrente, spiega che «la differenza tra locazione di un immobile a uso abitativo e affitto di un'azienda (di cui faccia parte un immobile) è in astratto netta, avendo la prima come scopo il cosiddetto godimento statico e come oggetto l'immobile in quanto tale, la seconda riguarda un complesso di beni organizzato per l'esercizio di un'attività d'impresa e si prospetta quindi come una forma di godimento dinamico».
E per dimostrare l'infondatezza del ricorso Sogepa, ripercorre i rapporti commerciali ed epistolari tra quest'ultima e gli amministratori. «A seguito poi della chiusura della stagione estiva 2018, Sogepa», scrive il giudice, «inviava in data 2 aprile 2019 una missiva alle parti resistenti in cui reiteratamente faceva riferimento al contratto di affitto, riconoscendo la correttezza dell'inquadramento formale», cioè di ramo di azienda. «In quegli ambiti "ricognitivi-confessori", nulla eccepiva la ricorrente in relazione a una non corretta qualificazione del rapporto».
Il giudice afferma che «occorre evidenziare come nell'affitto di azienda, lo stesso immobile è considerato non nella sua individualità giuridica, ma come uno degli elementi costitutivi del complesso di beni legati tra loro da un vincolo di interdipendenza e complementarietà per il conseguimento di un determinato fine produttivo». E poi c'è la concessione demaniale ancora intestata a M-Immobiliare dei figli di Mattucci, titolari della stessa società. «Si evidenzia come il... grave inadempimento dell'affittuario all'obbligazione di pagamento dei canoni e la prosecuzione della detenzione dell'azienda senza la corresponsione del corrispettivo, in costanza oltretutto del mantenimento di una condotta palesemente contraddittoria rispetto ai riconoscimenti operati nel corso di svolgimento del rapporto sulla natura del contratto, siano indubbi indici di insolvibilità, idonea a configurare, per la crescente morosità e l'eccessivo scarto fra danno subito e risarcibile, un pregiudizio irreparabile nei tempi necessari per la decisione della causa nel merito».