«Tracce di lana del killer su un dito della vittima»

L’avvocato della sorella si oppone alla richiesta di archiviazione. Ecco i motivi
PESCARA. «È verosimile che Bucco abbia tentato di divincolarsi dall’aggressore afferrandolo per un indumento che, con molta probabilità, potrebbe essere di lana del colore (rosa salmone) del frammento reperito sul secondo dito della mano sinistra di Bucco».
È quanto scrive il dottor Cristian D’Ovidio al termine dell’autopsia sul 53enne ucciso esattamente tre anni fa nella casa a piano terra di via Leopardi. Ed è quello da cui chiede di ripartire l’avvocato Alberto Faccini Caroppo, legale della sorella di Nicola Bucco, Sabrina, nell’opposizione alla richiesta di archiviazione del pm Gennaro Varone.
Un’opposizione presentata anche dall’avvocato del figlio e dell’ex moglie di Bucco, Enrico Della Cagna, concorde con le «lacune investigative» sottolineate dal collega. Lo stesso Faccini che, pur rimarcando «l’importante attività istruttoria», il «doveroso scrupolo e la mole di documenti con cui il pubblico ministero ha affrontato il caso», motiva in cinque punti la sua richiesta di riaprire le indagini, tirando in ballo anche nomi nuovi, rispetto ai due indagati Emilio Massacese e Ben Amri Rafik, ma anche i vicini di casa di Bucco.
«L’assassino è nella stretta cerchia di conoscenti».
Bucco stava cucinando per il suo assassino. Ne è convinto l’avvocato Faccini che ancora una volta si richiama a quanto rilevato dal medico legale D’Ovidio, secondo cui Bucco aveva lo stomaco pieno (indicando i carboidrati come pasto consumato prima di morire). Eppure sul fuoco c’è una pentola d’acqua che bolle con residui di sale, senza contare che, non essendoci segni di scasso sulla porta d’ingresso, Bucco evidentemente ha aperto a quello che doveva essere il suo ospite a pranzo. «L’assassino», ribadisce il legale», va individuato tra i più stretti conoscenti della vittima».
«Verifiche sulle impronte digitali sul rubinetto».
Tra le lacune investigative rilevate dall’avvocato nella sua richiesta, c’è quella relativa alle impronte digitali sul rubinetto della cucina, trovato aperto quando viene scoperto il cadavere: «Purtroppo non sono stati effettuati rilievi di impronte digitali sul rubinetto della cucina nonostante la polizia scientifica entrando nel locale lo abbia trovato aperto». Sono state però rilevate le impronte sul frigorifero, dove l’assassino si potrebbe essere appoggiato (visto che Bucco era riverso proprio in prossimità del frigo), e su due bottiglie di vino, considerando anche che Bucco aveva assunto un’importante quantità di alcol «tale», come aveva rilevato D’Ovidio, «da indurre effetti pscio-fisici come riduzione capacità percettiva e ritardo nei tempi di reazione». Ebbene, chiede Faccini, «le impronte raccolte dovrebbero essere confrontate con le impronte dei “conoscenti” di Nicola Bucco», vale a dire di tutti coloro che a vario titolo sono stati coinvolti nell’indagine.
«Indagine su tutti quelli indicati come sospetti».
L’avvocato mette subito le mani avanti nel dire che la sua assistita non è in grado di formulare alcuna ipotesi accusatoria, ma evidenzia anche che «diversi sommari informatori hanno indicato possibili autori dell’omicidio». Tra questi c’è il secondo nome che fa Vittorio Massacese (amico e convivente di Nicola Bucco e fratello dell’indagato Emilio), dopo quello di Giuseppe Del Rosario, indagato e subito scagionato. È un nome, quello che fornisce Massacese, avvalorato anche da un’altra persona dieci giorni dopo l’omicidio. Ma questa stessa persona che indica il possibile sospettato, dice pure che da Bucco avanzava 300 euro. «Tra lui e Bucco», «rimarca il legale, «dal primo al 14 novembre 2012 si contano 427 contatti telefonici». E poi c’è anche Del Rosario, primo a essere indagato ma subito scagionato. Anche lui indica agli investigatori un probabile sospettato, un pescivendolo, di cui fornisce il soprannome, che a Bucco aveva promesso una lezione.
«Su tutti questi soggetti», sottolinea Faccini, «non è stato fatto un accertamento puntuale su dove si trovassero il giorno del delitto, tra le 13 e le 17, anche a mezzo di tabulati telefonici».
Il maglione dell’assassino e le telecamere.
«La fibra del maglione colta tra le dita della vittima non può essere ignorata», scrive l’avvocato che per questo chiede di verificare se dalle riprese registrate dalle videocamere nei dintorni di via Leopardi sia possibile identificare l’immagine di un uomo o una donna che il 14 novembre 2012 indossasse tra le 13 e le 17 un maglione di colore rosa salmone.
«Sentire i vicini di casa mai ascoltati».
«Non risulta che sia stato sentito alcun condomino nè del condominio ove aveva la propria abitazione la vittima, nè del condominio dirimpetto», scrive l’avvocato Faccini nel sottolineare anche che il cortile condominiale antistante la casa di Bucco è utilizzato dai condomini per parcheggiare. Considerato che l’omicidio è stato commesso tra le 14,45 e le 15,30 secondo quanto ricostruito dal medico legale, e anche se è stato consumato con una certa rapidità «è possibile immaginare», ipotizza il legale, «che l’aggredito abbia urlato e che qualcuno si possa essere affacciato e, anche, che qualcuno stesse rientrando o riprendendo il proprio veicolo per tornare al lavoro». Di qui, la richiesta «che siano sentiti a sommarie informazioni i condomini dei due condomini».
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