Tragedia di Rigopiano, attesa la quarta sentenza: ma potrebbe non finire qui

Il prossimo 11 febbraio è prevista la decisione della Corte d’appello bis di Perugia con il rischio che dopo decine di udienze si torni un’altra volta in Cassazione
PESCARA. È il nono anniversario della tragedia di Rigopiano e non c’è ancora una sentenza definitiva sulle eventuali responsabilità di chi è stato chiamato in causa dalla complessa inchiesta giudiziaria che ha toccato tutti i punti chiave di una vicenda che, secondo almeno l’ultima decisione della Corte di Cassazione, poteva essere evitata. Il disastro di Rigopiano nasce il 18 gennaio del 2017: sono le 16.49 quando una valanga di proporzioni enormi e di potenza altrettanto unica si abbatte sull’hotel di lusso posto alla base di un canalone nella zona di Farindola. Di quella struttura non rimarrà praticamente nulla se non i 29 corpi estratti dalle macerie (undici i sopravvissuti): ospiti e dipendenti dell’hotel rimasti intrappolati senza possibilità di fuga, privati della libertà di lasciare la struttura dopo le scosse di terremoto che dalla mattina avevano creato il panico, perché l’unica strada di accesso e di fuga possibile era chiusa da una montagna di neve scesa nella notte.
A oggi abbiamo una serie di decisioni assunte nei vari gradi di giudizio, ma nessuna definitiva. In primo grado la procura di Pescara (il procuratore Giuseppe Bellelli, e i sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni) aveva individuato 30 possibili responsabili appartenenti a Regione Abruzzo, Provincia di Pescara, Prefettura, Comune di Farindola e i gestori dell'hotel, chiedendo nel processo 151 anni complessivi di reclusione per quasi tutti gli imputati. Giudicati con il rito abbreviato, soltanto in cinque furono condannati (due solo per abusi edilizi) e non per il disastro colposo, ma per omicidio colposo plurimo (l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, e i due della Provincia Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio che si occupavano di monitorare il territorio e della sicurezza delle strade): tutti gli altri assolti.
In appello il primo piccolo scossone: i giudici della Corte d’Appello dell’Aquila fanno salire a otto le condanne, con l’aggiunta del tecnico comunale di Farindola Enrico Colangeli e dell’allora prefetto Francesco Provolo con il suo vice Leonardo Bianco, questi ultimi due solo per il reato di falso (in relazione alla mancata apertura in tempo utile della sala operativa per i soccorsi). Tutti i prefettizi vengono assolti dall’accusa di depistaggio.
Nel successivo ricorso in Cassazione, sollecitata dalla procura pescarese, la procura generale ottiene il primo vero colpo di scena. Gli ermellini annullano tutte le condanne a eccezione di quella dei due prefettizi che passano in giudicato. I supremi giudici coinvolgono nel processo anche sei dirigenti regionali, che avevano un ruolo nella protezione civile (Sandro Visca, Pierluigi Caputi, Sabatino Belmaggio, Vincenzo Antenucci, Emidio Primavera e Carlo Giovani) e che erano stati assolti nei primi due gradi di giudizio: il motivo è perché non portarono a realizzazione la Carta pericolo valanghe che, se esistente, avrebbe potuto evitare la tragedia.
Tutto viene quindi rinviato alla Corte d’Appello di Perugia che inizia il suo processo (ancora in corso) per valutare la posizione dei dieci indagati: e cioè i sei regionali oltre ai due della Provincia e ai due del Comune di Farindola. Il procuratore generale conclude la sua requisitoria chiedendo la condanna di tutti: le conferme per Di Blasio e D’Incecco (a 3 anni e 4 mesi), e per Lacchetta e Colangeli (2 anni e 8 mesi), aggiungendo le condanne a 3 anni e 10 mesi per tutti i regionali senza nessuna distinzione di ruoli, periodo di permanenza nella Protezione civile o altro.
Piena la soddisfazione delle famiglie delle vittime che plaudono alle richieste dell’accusa e al fatto che ha sostenuto tecnicamente l’inesistenza della prescrizione per gli omicidi colposi plurimi: «Abbiamo visto qualcosa che dà speranza», avevano detto le parti offese, «il procuratore Paolo Barlucchi ha avuto il coraggio e la lucidità di dire una cosa semplice, ma enorme: 29 vite non possono essere cancellate da un tecnicismo. La sua requisitoria non è stato solo un atto giuridico, ma un gesto di responsabilità e di rispetto».
E ora l’11 febbraio si attende la decisione della Corte perugina dopo la lunga discussione dove le difese hanno concluso per l’assoluzione dei propri assistiti. Ma questo, con ogni probabilità, non sarà ancora l’ultimo atto di questa vicenda giudiziaria perché anche questa sentenza di appello bis potrà essere impugnata davanti ai giudici della Corte di Cassazione. E dunque i familiari delle vittime, ma anche gli stessi imputati, dovranno attendere ancora per poter leggere la parola fine di una tragedia che ha segnato l'Abruzzo.
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