Tratta di minorenni in carcere un’albanese

27 Agosto 2014

Si conclude con una condanna definitiva l’inchiesta che nel 2002 coinvolse due coniugi immigrati a Pescara. La storia finì in un romanzo di Camilleri

PESCARA. E' arrivata all'epilogo, dopo dodici anni, con due condanne definitive, la vicenda che nel 2002 fece scalpore in tutta Italia, e non solo, su una tratta di bambini messa su tra l'Albania e l'Italia, scoperta dalla squadra mobile del capoluogo adriatico. Era il 28 agosto quando due coniugi albanesi trapiantati a Pescara, Xhuljeta e Ramis Petalli, che all'epoca avevano rispettivamente 33 e 39 anni, finirono in carcere perché ritenuti responsabili di un traffico di bimbi albanesi che sarebbero stati portati illegalmente qui per finire chissà dove. Ora sono finiti entrambi in carcere, su disposizione della Corte d'appello dell'Aquila. Lei è stata condannata a due anni, 11 mesi e 29 giorni di reclusione (per i reati di concorso e favoreggiamento all' immigrazione clandestina) ed è stata condotta, ieri, al carcere di Chieti dal personale della squadra mobile di Pescara, diretta da Pierfrancesco Muriana. Un mese fa, in luglio, era arrivato il provvedimento di esecuzione della condanna definitiva anche per il marito: per lui la pena da scontare è di 4 anni e 11 mesi ed è in carcere a Pescara.

L'indagine sul traffico di essere umani era finalizzata a capire che fine avessero fatto decine di bambini prelevati in Albania e condotti in Italia. Per la mobile, allora diretta da Enrico De Simone, l'escamotage usato dai due, che qui a Pescara lavoravano e si erano integrati insieme ai loro tre bambini, era sempre lo stesso. Partendo da Bari raggiungevano Durazzo e da lì altre località del loro Paese di origine per poi tornare indietro con bimbi al seguito, passando per il porto di Ancona. Ufficialmente quei minorenni, di età compresa tra 8 e 16 anni, erano i figli della coppia, o almeno così dichiaravano e facevano risultare dai documenti moglie e marito, ma si scoprì che si trattava di altri ragazzini, nient'affato parenti dei Petalli, e arrivati a Pescara se ne perdevano le tracce. Con questo sistema i Petalli avrebbero fatto un po' di soldi per integrare i compensi mensili ottenuti come apprendista in una società di pompe funebri e collaboratrice domestica. Tra le persone finite nell'inchiesta furono gli unici due ad essere sottoposti a rito abbreviato e nel 2011 sono stati entrambi condannati dal giudice per l'udienza preliminare del tribunale di Pescara Guido Campli. L'anno scorso, poi, la Corte di assise di Chieti ha assolto gli imputati accusati di riduzione in schiavitù (con la formula perché il fatto non sussisteva), mentre per gli altri reati è intervenuta la prescrizione.

La storia è finita anche in un libro di Andrea Camilleri, “Il giro di boa”.

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