«Troilo si ferì per simulare l’aggressione»

24 Aprile 2018

Alterò le prove: le motivazioni del giudice che ha condannato a 30 anni l’ex fidanzato della giovane uccisa nel 2016 

PESCARA. «Anche il meschino tentativo di simulare un’aggressione reciproca con ferite autoinferte, confermano che l’aggressione della donna era l’obiettivo precipuo di Troilo che era maturato nel momento in cui si stava discutendo della fine della relazione sentimentale e del suo diritto ad ottenere la restituzione di un tablet». Parole che pesano come macigni, quelle messe nere su bianco dal gup Nicola Colantonio nelle motivazioni della condanna a trent’anni di reclusione per Davide Troilo, l’ascensorista di 34anni che la mattina del 2 dicembre 2016 uccise con 17 coltellate la sua ex fidanzata Jennifer Sterlecchini, 26 anni.
La giovane venne uccisa nella casa di via Acquatorbida, dove i due avevano vissuto. La relazione si era interrotta e Jennifer era tornata in quell’appartamento per riprendere le ultime cose e trasferirsi dalla madre. Ma da quella casa non è più uscita: viene «aggredita in maniera subdola e improvvisa» e colpita ripetutamente «con inaudita violenza», senza avere avuto «neppure il tempo per provare a porre in essere un’azione concreta di difesa», si legge nelle motivazioni. «La ragazza riusciva solo a gridare in cerca di aiuto». Una morte terribile per mano dell’uomo che ha agito «con la piena e limpida volontà di uccidere».
«È palese», evidenzia Colantonio, «che Jennifer veniva attinta da colpi etero inferti con violenza dall’imputato. Di contro, può affermarsi che Troilo si era cagionato le lesioni autonomamente solo dopo aver colpito a morte Jennifer». Il giudice smonta così la versione dell’omicida, sottolineando «il tenore irrazionale e contraddittorio delle affermazioni rese dall’imputato».
«È incontestabile», scrive, «che Troilo nel corso di un litigio intervenuto a seguito della cessazione della relazione sentimentale, dopo aver chiuso subdolamente la porta d’ingresso per impedire l’accesso nell’appartamento alla madre e all’amica di Jennifer, nel momento in cui si stava discutendo sul diritto ad ottenere la restituzione di un tablet, improvvisamente e con inaudita violenza colpiva ripetutamente Jennifer».
Colantonio rincara la dose: «Mentre Jennifer era agonizzante a terra in un lago di sangue, si recava in bagno e, davanti allo specchio, si autoinfliggeva le lievi ferite rilevate poi sul suo corpo, per poi aprire la porta (evidentemente per farsi soccorrere) e distendersi vicino alla vittima per simulare di essere stato a sua volta aggredito». Questo, secondo Colantonio, prova che l’ascensorista, «aveva la piena lucidità di organizzare un ulteriore piano criminoso diretto ad eludere l’azione della polizia giudiziaria». E se il gup esclude l’aggravante della premeditazione, rileva anche «la piena configurabilità» dell’aggravante dei futili motivi, «circostanza che dimostra come Troilo sia soggetto che presenti uno spiccato istinto criminale che determina un elevato grado di pericolosità sociale». Il giudice stigmatizza che Troilo «ha deciso di togliere la vita a Jennifer solo perché, dopo la fine del rapporto sentimentale, non era riuscito ad avere indietro la restituzione di un tablet: nella coscienza e volontà dell’imputato, quindi, la pretesa di ottenere un bene materiale di modesto valore patrimoniale andava a prevalere su diritto di vivere della persona offesa».
Secondo Colantonio, «la lite sul tablet» costituisce «un mero pretesto usato da Troilo per esprimere e palesare i propri impulsi violenti ed omicidi».
«L'imputato», sottolinea il gup, «ha dimostrato di essere soggetto assolutamente privo di autocontrollo, che è stato capace di porre in essere una condotta violenta efferata, adducendo motivi futili e banali, in danno di una persona inerme ed indifesa». Disposta la trasmissione degli atti al pm a carico di Troilo per aver alterato «volontariamente le prove».
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