Troppe lacune, il dossier sul caso Bussi in procura

Il sindaco Lagatta rileva «inerzie e inefficienze» sulla vicenda del sito inquinato nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta e torna all’attacco
BUSSI SUL TIRINO. Rileva «inerzie e inefficienze» dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Bussi del 27 giugno scorso, e ne fa un dossier perla magistratura per individuare le «connesse responsabilità» ad ogni livello.
Il sindaco Salvatore Lagatta, giunto alla fine dell'iter per avviare il processo di reindustrializzazione del sito chimicosi è visto bloccato sul traguardo dalla mancata firma dell'Accordo di programma lo scorso maggio ed ora, rammaricato, ripercorre le tappe che hanno portato il caso Bussi ancora una volta all'indeterminazione. Lagatta ricorda i vari step del lavoro volto a riempire i vuoti che man mano emergevano e che però alla fine non è stato redditizio per convergere su una soluzione. In primis mancava un piano di reindustrializzazione finalizzato alla bonifica che disponeva di 50 milioni di euro. L'amministrazione con un bando pubblico coinvolse 22 aziende: fra esse emerse la farmaceutica Filippi. Mancava poi il piano di caratterizzazione del sito inquinato, in attesa di convalida da 14 anni, portato poi all'approvazione nel febbraio 2015.
Terza grave deficienza, il progetto di bonifica e messa in sicurezza «mai realizzato dalla gestione commissariale dal 2008», ma approvato infine nel giugno 2015. Il mese successivo l'amministrazione Lagatta sceglie in Filippi il soggetto reindustrializzatore con l'obbligo di garantire livelli occupazionali e investimenti con 200 assunzioni.
Sembrava fatta, mancava solo la firma dell'accordo di programma, ma ecco spuntare la Solvay, che poneva il limite temporale del 30 ottobre 2015 per la sua sottoscrizione, ritenendosi libera in caso contrario. Il Comune emenda l'atto che nel frattempo era stato osservato dal Ministero, «nonostante si trattasse di osservazioni a volte banali, fuori luogo e anche pretestuose», dice il sindaco, «utilizzate poi strumentalmente a livello locale da coloro che si opponevano a priori alla soluzione indicata dall'amministrazione», senza però ottenere l'attesa firma e Solvay si defilava decidendo di scegliere in autonomia un nuovo imprenditore. «Non occorre ricordare gli interventi di deputati del territorio, di esponenti della Regione e di forze politiche locali contrarie all'amministrazione sull'argomento. Si è consentito a Solvay», incalza Lagatta, «di dare uno schiaffo alle istituzioni che avevano lavorato per una positiva soluzione. Sarà sfuggito infine alla Commissione parlamentare il contenuto della sentenza del Consiglio di Stato che libera Solvay dall'obbligo di bonifica, messa in sicurezza e analisi del rischio. Questo», chiude, «è il risultato ottenuto da chi in modo pervicace dal 28 luglio 2015, ha lavorato per far saltare l'Accordo di programma».
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