Turchia, ipotesi di brogli su 2,5 milioni di schede

19 Aprile 2017

Gli osservatori dell’Osce confermano i sospetti, l’opposizione presenta ricorso Erdogan: «Non sono un dittatore». La Ue: «La pena di morte è la linea rossa»

ROMA. Per il terzo giorno consecutivo dopo il voto, la Turchia laica scende in piazza a Istanbul, Ankara, Smirne, Edirne e in altri centri minori per contestare il risultato del referendum presidenziale che con appena il 51,4% dei consensi consegna tutto il potere nelle mani di Recep Tayyip Erdogan.

Le rassicurazioni del “sultano”, che alla Cnn dice di non essere «un dittatore» perché «dove esistono le dittature non è necessario avere un sistema presidenziale», non cancellano le ombre pesanti che si addensano sul voto, né i dubbi dell’Europa, che chiede «una inchiesta trasparente sulle presunte irregolarità» rilevate dall’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Gli osservatori internazionali che hanno definito la consultazione «al di sotto degli standard», confermano i dubbi dell’opposizione che, subito dopo la chiusura delle urne, ha denunciato la possibilità di brogli: «Sono circa 2,5 milioni e mezzo le schede sospette conteggiate» afferma Alev Korun, deputata austriaca di origini turche e componente della delegazione dell’Osce. I sospetti nascono dalla decisione della Commissione suprema elettorale (Ysk) «che, contro la legge, ha accettato le schede senza timbro ufficiale». Il principale partito di opposizione, il kemalista Chp, ha presentato ieri ricorso formale contro il voto alla Commissione. I socialdemocratici e il partito filo-curdo Hdp denunciano violazioni durante lo scrutinio e chiedono l’annullamento del referendum, ma il premier turco Binali Yildirim, rimanda le accuse al mittente. «Tutti i partiti devono rispettare i risultati, le voci di irregolarità sono sforzi inutili per oscurare i risultati» attacca. E all’indomani della contestata vittoria del sì, dopo il via libera del governo anche il parlamento approva il prolungamento di tre mesi dello stato di emergenza, decretato dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso, una decisione che finora ha portato all’arresto di oltre 45mila persone e all’epurazione di più di 130mila, magistrati, giornalisti, insegnanti, funzionari dello Stato.

Erdogan incassa le congratulazioni di Donald Trump, con cui condivide la linea anti-Assad in Siria, e del presidente russo Vladimir Putin. Bruxelles invece non nasconde le sue preoccupazioni, ed Erdogan lancia un messaggio chiaro sullo stallo dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue: «L’Europa mantenga le sue promesse. Ci hanno fatto attendere alla porta per 54 anni, questo non è tollerabile. Se le manterranno ci siederemo al tavolo, aspettiamo». E sul risultato di domenica ribadisce: «Vengo dal calcio, Non importa se vinci 1-0 o 5-0, l’obiettivo finale è vincere la partita». Ma dalla Ue arriva un avvertimento altrettanto chiaro: la reintroduzione della pena di morte a cui sta pensando il presidente turco «è la linea più rossa di tutte»: «Passare dalla retorica all’azione sarebbe un segno che la Turchia non vuole andare verso la famiglia europea» sottolinea il portavoce della Commissione Margaritis Schinas. Di più: la Ue chiede una inchiesta sul voto che il governo turco respinge però con sdegno. L’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini ha annunciato che lo stato delle relazioni con la Turchia sarà discussa in una riunione informale che si terrà a Malta la prossima settimana. Ma l’ingresso della Turchia nell’Unione, sottolinea il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, «adesso non è sul tavolo».

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