Tutti a cena al ristorante cinese: pm e imprenditori si mobilitano

Dopo il crollo di presenze e prenotazioni nei locali cittadini gestiti da orientali per l’allarme epidemia un gruppo di professionisti abruzzesi organizza una serata di solidarietà. L’infettivologo: non c’è pericolo
PESCARA. Il coronavirus non si trasmette attraverso il cibo, ma la psicosi è più forte di quanto raccomandano i medici e molti cittadini hanno deciso di disertare i ristoranti orientali in città per il timore di un possibile contagio. La conseguenza è stata un crollo delle prenotazioni e delle presenze.
Un timore infondato, però, ha pensato il nutrito gruppo di professionisti abruzzesi che domenica sera ha affollato il locale di Hai Bin sulla riviera di Pescara, in segno di solidarietà ai titolari ristoratori e più in generale alla popolazione cinese che vive in città. Professionisti, magistrati, medici, insegnanti e imprenditori hanno trascorso la domenica sera tra sushi e riso, il derby di Milano in tv e un commento all'esito di Sanremo, senza paura alcuna. Perché se fa paura il cibo cinese, qualche interrogativo lo destano anche gli uomini e le donne con gli occhi a mandorla. Anche se, come nel caso della titolare di Hai Bin, Yeru, si tratta di famiglie integrate a Pescara da decine di anni e benché i fornitori del locale, così come quelli di ristoranti simili in città, siano del posto o comunque non cinesi.
Una cena simbolica per lanciare un messaggio rassicurante a chi ha già marchiato e “condannato” la comunità cinese. C'era il sindaco di Francavilla Antonio Luciani, che ha affidato ai social un appello visto da più di 7mila persone raccomandando tranquillità, e c'era soprattutto l'infettivologo Arturo Di Girolamo, della Asl di Chieti: «Occorre ragionare in termini scientifici, non per impressioni», ha detto il medico, «In questo momento, il problema del coronavirus è un problema di salute pubblica internazionale, nel senso che tutti gli Stati se ne stanno occupando, ma al momento è confinato in alcune regioni specifiche del territorio cinese. Innanzitutto stiamo parlando per l'Italia di tre casi accertati, in secondo luogo il virus si trasmette come l'influenza con le goccioline e per contatto, quindi non vi è assolutamente alcun rischio a mangiare alimenti che vengono normalmente serviti nei ristoranti cinesi. Non vi è alcun rischio a frequentare i locali e questo è il momento della solidarietà, non dello stigma. La psicosi non supportata da evidenze fa male a tutti, a noi e all'economia di tanti orientali che lavorano bene, con coscienza e assoluta igiene da tanti anni». Il rammarico di Yeru Hai Bin, a Pescara da 37 anni, non riguarda solo i mancati incassi della sua attività, ma tutto il disagio che la popolazione cinese presente a Pescara vive quotidianamente da quando è iniziata la vicenda coronavirus.
«La gente ci guarda con diffidenza, è una brutta sensazione che spesso sfiora la discriminazione», racconta, «posto che non vi sono rischi per il cibo, occorre precisare che comunque nessun alimento o componente utilizzato nelle preparazioni arriva dalla Cina, né tantomeno da Wuhan, l'area dove il virus è più diffuso».
Per l'infettivologo, nell'équipe medica che nei giorni scorsi ha assistito anche il teatino che poi si è rivelato essere affetto da influenza stagionale e non da coronavirus, tutto quello che c'è da fare è «utilizzare le corrette norme igieniche, come la buona abitudine di lavarsi le mani. E poi, per qualsiasi dubbio, seguire le informazioni riportate sul sito istituzionale del ministero della Salute e dell'Organizzazione mondiale della sanità, o ancora chiamare il numero verde di assistenza 1500. Il protocollo si attiva in casi conclamati di rischio, come ad esempio se si avvertono i sintomi di malessere di ritorno dalla Cina, o a seguito di un contatto con chi è rientrato da quelle zone in Italia da meno di 14 giorni, tempo stimato di incubazione del virus». (e.r.)

