«Uccidevano uno alla volta sono uscito camminando tra i cadaveri degli amici»

Le drammatiche testimonianze dei superstiti al massacro compiuto nel teatro «Ero dietro un piccolo muro e pensavo: ora mi vedono e ammazzano anche me»
PARIGI. Una Parigi spettrale, deserta, senza i tavoli dei caffè sui marciapiedi, le scuole chiuse, cinque linee di metro ferme, i militari armati per le strade. Così la città si è svegliata ieri mattina sotto l’ordine impartito dalla prefettura di «non uscire se non strettamente necessario». È ancora troppo alto il rischio che i terroristi sfuggiti al blitz delle forze speciali, possano nascondersi in qualche condominio nel X e XI arrondissement, i quartieri della strage.
È una Parigi ferita come il 7 gennaio scorso quando vennero uccisi i giornalisti della redazione di Charlie Hebdo, ma questa volta non c’è alcuna manifestazione spontanea in place de la Republique. Ieri la maggior parte dei parigini è rimasta a casa. Hanno avuto paura che la «guerra non fosse ancora finita». E i racconti dei superstiti alla strage al teatro Bataclan, 89 i morti tutti giovanissimi, si sono intrecciati a quelli di chi nella notte, cercando di sfuggire alla mattanza, è stato aiutato da persone sconosciute che lo hanno accolto nella propria casa. In molti sono scesi ad aprire gli androni dei portoni per nascondere chi scappava. Lo stesso hanno fatto molti ristoratori.
Così il giornalista di Le Monde, Daniel Psenny, che dalla sua casa ha filmato i ragazzi che scappavano dalle finestre sul retro del teatro Bataclan, è sceso a soccorrere un ragazzo americano ferito. Anche lui si è ritrovato in mezzo ai giovani che trascinavano gli amici colpiti a morte o feriti gravemente. «Uno dei terroristi continuava a sparare dalla finestra, io stesso sono stato colpito al braccio. Ho preso il ragazzo che aveva un proiettile alla gamba e siamo saliti da una coppia di vicini al quarto piano. È rimasto con noi fino alla mattina».
In quegli stessi istanti, all’interno del teatro i terroristi al grido di «Allah è grande» compivano la strage iniziata alle 21,50. Poi il blitz delle forze speciali che hanno liberato i sopravvissuti. Ma quando gli agenti sono entrati si sono trovati decine si corpi a terra.
«Prima di uscire abbiamo dovuto camminare tra i cadaveri, è stato orribile. Non immaginavo che a Parigi potesse succedere la guerra». Jerome Boucher era tra le centinaia di ragazzi venuti ad ascoltare gli “Eagles of the Death Metal” rimasti intrappolati dai jihadisti. Si è salvato perché è riuscito a raggiungere una parete ad angolo che lo ha protetto dai colpi di kalashnikov. «Il concerto era iniziato da poco, quando ho sentito gli scoppi – ricorda Jerome – ho pensato si trattasse del gruppo metal che suonava ad alto volume. Improvvisamente ho visto i terroristi in mezzo alla folla, le luci si sono accese e la band è scappata dal palco. A quel punto hanno cominciato a sparare uccidendo una persona alla volta. C’erano corpi ovunque, tutti fuggivano, urlavano ma per molti non c’è stato scampo. Mi dicevo “ora toccherà a me”. I terroristi erano a volto scoperto. Sono rimasto immobile anche quando era tutto finito. Ho sentito una mano sulla testa, mi sono girato, era un agente delle forze speciali». Il caso ha salvato Cesar Lardor anche lui nel Bataclan. «Sparavano a tutti quelli che trovavano davanti a loro, senza distinzioni. Ricaricavano le armi e ricominciavamo, sparavano a bruciapelo a chi era rimasto ferito a terra. Mi sono salvato perché ero vicino al palco e sono riuscito a raggiungere le scale».
Sui marciapiedi di boulevard Voltaire, rue de la Fontaine au roi e rue du Faubourg du temple ci sono i segni della battaglia: scie di sangue e fori di proiettili. Sulle vetrate del ristorante “Le petit Cambodge” e dell’hotel “Le Carillon” si vedono le traiettorie dei mitra. Il tempo sembra sospeso. Qualche commerciante nel pomeriggio si è fatto coraggio e ha riaperto il proprio negozio. Sono rimasti vuoti, ma anche con questi gesti, Parigi cerca di tornare a vivere.
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