Uccise il vicino con 38 coltellate Mucciante condannato a 16 anni

2 Ottobre 2019

Il giudice ha riconosciuto la seminfermità mentale del 53enne, escludendo l’aggravante della crudeltà Il pm aveva chiesto 20 anni: la sentenza accolta con urla e lacrime dai familiari di Salvatore Russo

PESCARA. «Vergogna», «38 coltellate», «non è giusto 16 anni, non è giusto». Sono urla di rabbia e dolore quelle dei familiari di Salvatore Russo, ucciso il 25 aprile 2018 da un vicino di casa, il 53enne Roberto Mucciante. Urla che arrivano dopo la sentenza, con rito abbreviato, che ieri pomeriggio ha condannato l'assassino del loro caro a 16 anni reclusione. Si disperano e piangono, i familiari di Russo, perché Salvatore, un omone buono e forte, amato da tutti, non c'è più e perché 16 anni sono troppo pochi per loro. Il pubblico ministero, Luca Sciarretta, aveva chiesto 20 anni di carcere, contestando all’imputato le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi.
Il gup Elio Bongrazio ha riconosciuto i futili motivi, ma ha escluso l'aggravante della crudeltà. A contribuire a ridurre l'entità della pena anche la scelta del rito abbreviato - rito alternativo che consente di definire il processo in sede di udienza preliminare e ottenere uno sconto di pena pari ad un terzo - e, come era prevedibile, la seminfermità mentale dell'imputato accertata da una perizia psichiatrica del professor Massimo Di Giannantonio, docente di Psichiatria alla facoltà di Medicina dell’università D’Annunzio, secondo la quale all'epoca dei fatti Mucciante era parzialmente incapace di intendere e di volere, poiché «affetto da una patologia psichiatrica che ne ha compromesso grandemente la capacità di autodeterminarsi». La perizia rivelò anche che il disturbo del 53enne risalirebbe al 1999, quando l'omicida si rivolse a una struttura psichiatrica pubblica che gli diagnosticò una sofferenza psichiatrica, prescrivendogli una serie di farmaci. Giannantonio spiegò che «una sofferenza psicopatologica importante non esordisce come un fulmine a ciel sereno» e che «se non diagnosticata e trattata correttamente, nel corso del tempo peggiora e può portare a episodi eclatanti di crisi».
È proprio quello che sarebbe avvenuto il 25 aprile 2018: Mucciante «preda della sua sofferenza psicopatologica, non trattata e non adeguatamente curata, ha avuto un’esplosione psicotica di grande importanza». La diminuente della seminfermità mentale sostanzialmente è stata ritenuta dal gup equivalente all’unica aggravante ritenuta sussistente, ossia i futili motivi, e conseguentemente il giudice nel determinare la condanna è partito dal massimo della pena prevista per l’omicidio non aggravato, 24 anni, e poi ha ridotto di un terzo per effetto del rito abbreviato. Risultato: 16 anni.
Il gup Bongrazio ha anche stabilito una provvisionale, a titolo risarcitorio, di 75mila euro a favore della moglie della vittima, di 45mila euro a favore dei figli e di 15mila euro a favore della sorella di Russo.
I difensori dell'imputato, gli avvocati Gianluigi Amoroso e Clara Di Sipio, avevano chiesto l'esclusione di entrambe le aggravanti. I legali della famiglia di Salvatore, gli avvocati Andrea Cocchini e Alessandro Dioguardi, avevano invece chiesto il massimo della pena per Mucciante.
«La famiglia Russo è delusa», dicono i due avvocati, «ma prima di conoscere le motivazioni della sentenza è inutile fare commenti». Motivazioni che saranno depositate dal giudice il prossimo 30 novembre. Il delitto avvenne nel garage del palazzo dove vivevano Mucciante e Russo, rispettivamente al primo e al secondo piano, all’angolo tra via del Circuito e via Pian delle Mele, quasi al confine con Villa Raspa. Il 53enne uccise Salvatore perché disturbato dai rumori a suo dire provenienti dall’appartamento della vittima. Una furia omicida quella di Mucciante, che colpì il vicino prima al torace e all'addome, con il colpo fatale al cuore, e poi dietro alla schiena. Salvatore non riuscì a difendersi: il vicino non gli diede tempo e modo e lo uccise con una ferocia inaudita.
Un delitto che ha sconvolto per sempre una famiglia molto unita. Salvatore, 58 anni, sposato, padre di quattro figli e nonno, era un gran lavoratore e stimato da tutti. Da quel terribile 25 aprile il dolore dei suoi cari non si è attenuato e ieri, dopo il verdetto, è tornato a farsi sentire più forte di prima.
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