Lettomanoppello

Uccise la moglie Cleria a colpi di pistola. Il giudice: «Per Mancini nessun rito abbreviato»

3 Giugno 2026

Il femminicidio di Lettomanoppello. Respinta la richiesta avanzata dalla difesa che chiedeva il rito condizionato a una perizia psichiatrica. Il giudice nega e spiega: «Il delitto rientra tra quelli puniti con l’ergastolo». Processo il 30 giugno

LETTOMANOPPELLO. Non ci sarà nessun abbreviato condizionato per Antonio Mancini, 69 anni, il femminicida di Lettomanoppello che il 9 ottobre dello scorso anno, nella piazza del paese, uccise la moglie Cleria Mancini, 66 anni, con due colpi di pistola.

La richiesta era stata avanzata dall’ultimo legale dell’imputato, l’avvocata Alessandra Supino che, dopo la fissazione della data per la prima udienza del processo davanti alla Corte d’Assise di Chieti, tentò di riportare il fascicolo davanti al gup pescarese per cercare di percorrere la strada del rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica.

Ma nel corso dell’udienza tenuta dal gup Mariacarla Sacco, quest’ultima ha comunicato all’imputato (e anche ai legali della famiglia della vittima, parti offese, Giuseppina D’Angelo e Luca Aceto) la sua decisione: dichiarare inammissibile la richiesta di abbreviato condizionato perché il delitto contestato “inerisce a fattispecie delittuosa punita con la pena dell'ergastolo”.

Il giudice ha quindi disposto di nuovo la trasmissione del fascicolo alla Corte d’Assise di Chieti per l’udienza che era già stata fissata al 30 giugno. La difesa avrà adesso la possibilità di riproporre davanti alla Corte la richiesta di perizia psichiatrica, ma senza poter godere della riduzione della pena prevista per l’abbreviato.

Per l’avvocata Supino quel tentativo non andato a buon fine con il gup pescarese era forse l’unica possibilità di contenere la pena per il suo assistito che commise il delitto davanti ad alcuni testimoni presenti nella piazza del paese e soprattutto sotto le telecamere di sorveglianza della zona, che ripresero tutta la scena: dall’incontro in piazza, agli spari e alla fuga verso il vicino bar di Turrivalignani. Una sequenza inequivocabile che non lascia dubbi sulla responsabilità dell’imputato.

Quel giorno Mancini aveva avuto un violento diverbio con il figlio, ed era per questo motivo che l’andava cercando arma in pugno: a suo dire voleva solo spaventarlo affinché la smettesse di minacciarlo e offendere. Sul triciclo elettrico con il quale si muoveva, era tornato a casa, aveva disotterato una pistola calibro 9 che sapeva nascosta nel suo giardino, ed era andato in piazza dove incontrò la moglie che era in compagnia del nipotino, gridando “vi uccido tutti”. Mancini ha poi sempre negato l’intenzione di voler uccidere la moglie, ma sta di fatto che le esplose contro due colpi, di cui il primo mortale che raggiunse la vittima al polmone sinistro per poi penetrare nel cuore. Quindi la fuga con il triciclo elettrico verso un bar di Turrivalignani, con i carabinieri a dargli la caccia. Nel locale l’uomo esplose altri tre colpi di pistola mentre era alla ricerca di un suo amico che la mattina aveva visto parlare con il figlio: non trovandolo, se la prese con la sua autovettura parcheggiata fuori.

Oltre al reato di omicidio volontario, Mancini deve rispondere anche di minacce nei confronti dei clienti del bar, resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo dell'arma (che era appartenuta a un agente della penitenziaria e non si come fosse finita nella sua disponibilità). Mancini decise di parlare con il pm Giuliana Rana solo il 3 marzo scorso, quando la sua difesa passò alla Supino e spiegò i motivi di risentimento nei confronti del figlio che aveva lasciato la moglie per stringere un rapporto con una sua parente, circostanza mai accettata dall'imputato.

Ma in relazione all'omicidio della moglie disse di non ricordare bene i fatti accaduti quel giorno e di aver avuto con la moglie sempre un buon rapporto: quei due colpi sarebbero partiti accidentalmente, non avrebbe mai avuto l’intenzione di uccidere Cleria.

Una tesi difensiva che potrebbe essere messa in dubbio dalle riprese delle telecamere di sorveglianza e dai testimoni, atterriti, che assistettero a quella scena. Il 30 giugno il processo davanti ai giudici della Corte d'Assise di Chieti.