Ucciso di botte, indagini chiuse Spinelli incastrato dai testimoni

Marco Cervoni, 35 anni di Penne, morì per i numerosi colpi alla testa nel palazzone di via Tavo lo scorso 1° gennaio Decisive le dichiarazioni di un vicino di casa: al magistrato ha ribadito di aver visto il rom che lo prendeva a calci
PESCARA. A circa un anno da quel delitto, la procura di Pescara chiude l’inchiesta a carico di Guerino Spinelli, il rom di 30 anni, accusato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi per la morte di Marco Cervoni, 35 anni originario di Penne, e firma l’avviso di conclusione delle indagini. Il pm Anna Benigni ritiene dunque di avere le carte sufficienti per mandare sotto processo l’indagato attualmente detenuto in carcere proprio per questo delitto che si consumò il primo gennaio del 2020 sul pianerottolo di casa della vittima in via Tavo, nell’ormai tristemente famoso “Ferro di cavallo”.
La chiusura dell’inchiesta arriva dopo un importante passaggio tecnico che è stato quello di cristallizzare le dichiarazioni di un vicino di casa della vittima che avrebbe visto Spinelli accanto al corpo agonizzante di Cervoni steso a terra, mentre lo prendeva a calci. Un incidente probatorio voluto dal magistrato che aveva ricevuto dagli investigatori una relazione nella quale si riportavano alcuni episodi violenti a carico del teste chiave (prima i vetri dell’auto frantumati e qualche tempo dopo l’incendio della stessa autovettura): fatti che lasciavano supporre che lo stesso poteva essere stato minacciato, e quindi le sue dichiarazioni andavano prontamente acquisite.
L’indagato, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, assistito dal proprio legale Melania Navelli, aveva comunque sostenuto la sua estraneità al delitto: «Non ho ucciso né picchiato nessuno», aveva detto al giudice Elio Bongrazio. «Ero lì soltanto per aiutare Marco. Ero uscito da casa di mia madre che abita al piano superiore».
Ma la ricostruzione dei fatti compiuta dagli uomini della squadra mobile del dirigente Dante Cosentino avevano descritto una verità diversa. Spinelli, in quell’appartamento dove Cervoni andava a dormire da circa due mesi, e dove c’era una coppia di amici della vittima, ci sarebbe entrato. Almeno stando alle testimonianze. Quella mattina presto Spinelli sarebbe entrato come una furia e avrebbe iniziato a picchiare Cervoni che era ancora nel letto. Avrebbe poi proseguito nel bagno per poi trascinare Cervoni fuori dalla porta di casa, perché la coppia non voleva essere coinvolta in quel furibondo litigio. E la donna avrebbe aggiunto anche una frase piuttosto esplicita riportata dalla polizia: «Perché avete usato la mia stampella. In che casino mi avete messa!!». E l’autopsia avrebbe peraltro accertato che Cervoni è morto a causa dei numerosi colpi alla testa che gli hanno provocato edema ed emorragia cerebrale, confermando anche l'utilizzo di un bastone: e la stampella appoggiata al muro trovata dalla polizia era sporca di sangue. A tutto questo si sarebbe sommata la testimonianza del vicino di casa che avrebbe assistito a quella scena sul pianerottolo, con Spinelli che prendeva a calci Cervoni che era già a terra.
I futili motivi contestati riguarderebbero invece le dichiarazioni della coppia che ospitava la vittima, raccolte dagli investigatori. E cioè che Spinelli sarebbe entrato molto alterato in casa alla ricerca di Cervoni dicendo: «Perché non mi hai risposto al telefono. Mi stai prendendo per il culo?». Una circostanza confortata dai tabulati del telefono dove risultava che Spinelli alle 2 e mezza della notte, e quindi poco prima dell’irruzione in casa, aveva chiamato la vittima. Perché? Per farsi aiutare a buttare la spazzatura: così disse Spinelli al gip.
«Motivazione di per sé inverosimile e smentita da un teste», come scrisse il gip. Quest’ultimo, dal canto suo, fu esplicito nel convalidare l’arresto di Spinelli, ritenendo la sua difesa «inidonea a scardinare l’impianto accusatorio». «Dichiarazioni», aveva scritto, «che contrastano insanabilmente con quelle dei testimoni oculari».
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