Umbria Jazz fa il record Pescara fa quel che può

A edizione chiusa, il direttore artistico di Pescara Jazz, Lucio Fumo, fa il bilancio: siamo partiti per primi, ma siamo rimasti indietro perché mai sostenuti davvero
PESCARA. È finito il tempo del rilancio, quando il Pescara Jazz passava da Duke Ellington a Miles Davis, fino a Ella Fitzgerald, Dizzie Gillespie, Natalie Cole e Astor Piazzolla. E sono passati gli anni neanche troppo lontani, era il 2001, in cui il festival creato da Lucio Fumo, attuale direttore artistico dell’Ente manifestazioni pescaresi, decideva di allargare lo sguardo alla musica contemporanea e lo faceva invitando a Pescara nientemeno che Bob Dylan. Anno dopo anno, per ragioni che Fumo non fa fatica a spiegare, è calato l’appeal di un festival che la Rai trasmettava alla radio in diretta, «perché», racconta, «quando è nato, nel 1969, tre anni prima dell’Umbria Jazz, il festival pescarese fu il primo festival jazz estivo in Italia».
Sono i numeri, oggi, che raccontano com’è proseguita poi la storia: nel giorno del bilancio, Pescara Jazz che pure ha aperto questa edizione con il grande pianista e compositore americano Burt Bacharach, oltre a chiudere con la beffa della Riviera vietata alle auto nell’ultima serata coincisa con la Notte bianca, ha contato in tutto 4.600 presenze e un incasso che non arriva a 50mila euro. L’Umbria Jazz invece, festeggia l’anno dei record: 450mila presenze e un incasso di un milione e mezzo.
Lucio Fumo, abbiamo iniziato per primi ma siamo rimasti indietro. Com’è successo?
L’Umbria Jazz quando è nata ha avuto subito il sostegno, non solo di sponsor forti come la Perugina, ma della Regione che è diventata socia della fondazione e da diversi anni mette sempre cifre sostanziose. Perché lì la Regione ha fatto una scelta precisa, puntando tutto su Umbria jazz, Spoleto e la Sagra musicale umbra.
E noi?
Per Pescara jazz all’inizio siamo andati avanti con i soldi dell’Azienda di soggiorno, poi c’è stato il Comune, ma non abbiamo avuto mai la Regione alle spalle. Ci provò Falconio, quando era presidente della Regione, a fare una legge che riconoscesse noi, il Marrucino di Chieti e il Tsa dell’Aquila, ma non se ne fece niente. La differenza principale è che l’Umbria jazz ha avuto la possibilità di fare subito il salto di qualità grazie a tutti quei soldi, e noi no, perchè siamo andati sempre avanti con i soldi degli enti locali: fino a quando i soldi c’erano un po’ di aiuto ce l’hanno dato, ma le cose sono cambiate. Il Comune, che dava al’Ente manifestazioni 200mila euro, quest’anno dandosi da fare è riuscito a darcene 20mila. La stessa Regione ha azzerato i fondi dello spettacolo, ma l’anno scorso abbiamo preso 30mila euro. Stiamo cercando di andare avanti comunque, se ti fermi non riprendi più.
Allora abbiamo perso?
Il paragone con Umbria Jazz non ha più senso: loro quest’anno si sono permessi di fare Bennet e Lady Gaga spendendo solo per quell’evento 350mila euro, contro i 270mila euro che abbiamo speso noi per tutta l’edizione 2015, cachet compresi. La verità è che loro ormai stanno in un’altra dimensione, ora è il festival numero uno al mondo. Anche perché poi va detto: ci sono regioni come l’Umbria, la Toscana e l’Emilia Romagna che stanno avanti a tutti dal punto di vista della cultura, dello spettacolo, ma anche della stabilità politica.
Dunque è una questione di scelte politiche?
La Regione lì ha fatto una scelta precisa e l’ha portata avanti: l’organizzazione dell’Umbria jazz a Perugia ha un ufficio che lavora tutto l’anno in un appartamento in pieno centro storico con dieci stanze. Noi siamo in due stanze del teatro D’Annunzio. È stata sì, una scelta politica, di politica culturale. Anche le strutture: a Perugia hanno mantenuto il vecchio stadio proprio per le grandi esibizioni di Umbria jazz, noi dalle Naiadi siamo passati al teatro D’Annunzio che non arriva a duemila posti.
Che cosa le dispiace di più?
Che siamo partiti prima, ma non siamo stati mai aiutati in maniera sostanziosa. Riusciamo ad andare avanti perché abbiamo un pubblico fidelizzato che viene anche da fuori, e grazie a una politica dei prezzi contenuti: quest’anno le poltronissime stavano a 30 euro contro gli 80, 100, 150 di Perugia che è diventata una grossa kermesse musicale in cui di jazz è rimasto il 30 per cento. Ma anche perché, parliamoci chiaro: prima andavano in giro dei nomi enormi, adesso il nome più grosso che è uscito è Wynton Marsalis, imparagonabile a un Dizzie Gillespie.
C’è da inventarsi qualcosa.
Qualcosa l’abbiamo fatta. Con Funambolika, con cui abbiamo fatto 2.200 biglietti a sera, con numeri record, abbiamo messo insieme jazz ,musica e circo e abbiamo creato il Pescara international art festival che ci ha consentito di accedere ai fondi ministeriali per i festival multidisciplinari. La nostra proposta è arrivata nona, su 30 domande, subito dopo Spoleto e l’Auditorium di Roma. Abbiamo avuto 90mila euro. Per non mollare.
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