Un cimitero di alberi: è la pineta dannunziana

24 Luglio 2018

Tronchi spezzati, fontanelle a secco, bagni chiusi e sporcizia ovunque

PESCARA. Crollano gli alberi della pineta dannunziana. E poi rimangono a terra con i rami scheletriti. Affondano nella vegetazione circostante, non scompaiono alla vista dei passanti. Ma così devono rimanere, a terra, perché la pineta dannunziana «non è un parco, ma una riserva e, come tale, ha tanti vincoli» spiega l’assessore con deleghe alla Riserva, igiene e decoro urbano, Paola Marchegiani nell’intervista a fianco, che oggi nel corso di una conferenza stampa annuncerà l’avvio dei lavori di riqualificazione della riserva .
C’è un cimitero di tronchi mozzati nella riserva (53 ettari appartenuti alla famiglia d’Avalos, di cui 35 di selva naturale) soprattutto nell’area che costeggia via Ignazio Silone. Sono affogati nella radura bruciata dal sole, accanto a vecchie panche sgangherate sulle quali la signora Daniela Guerra ha paura di sedersi per timore di cadere.
Accanto a fontanelle, dove non sgorga più acqua «da 5 mesi» e le cataste di legname ammonticchiato contro il vecchio muro dell’info point.
Sono tanti gli anfratti dell’amore nella riserva, istituita con la legge 36 del 2000, come si legge su un cartello all’interno dell’area verde. Lo stesso cartello, firmato dall’ex assessore ai Parchi Roberto Renzetti e dall’ex sindaco Luigi Albore Mascia, avverte che «è vietato abbandonare i sentieri». Conferma, l’assessore: «Vietato inoltrarsi» nei luoghi più impervi dell’area verde, composta da 5 comparti (di cui uno privato), talmente protetta da diventare intoccabile. Talmente intoccabile che neppure gli addetti alle pulizie della città si addentrano, ma il Centro lo ha fatto. È andato a documentare fotograficamente cosa c’è in quella selva intrecciata di rami e specie arboree impenetrabili, che custodiscono i segreti di amanti clandestini. L’odore caratteristico del terreno umido e boscoso cede il posto al puzzo di urina e a grandi distese poco ecologiche di preservativi, fazzoletti, buste, bicchieri e bottiglie di plastica. Residui di rapporti consumati in fretta e furia al riparo da occhi indiscreti. Tutti sanno, da anni, cosa accade dietro quella fitta boscaglia. «Ci vorrebbe una vigilanza serrata delle forze dell’ordine, manutenzione e tanta pulizia» sintetizza Lorenzo D’Onofrio, chietino, che ogni tanto passeggia con gli amici nel comparto del laghetto, il 3. I cestini dei rifiuti sono vuoti: l’immondizia è sparpagliata a terra. Lo sguardo vira verso il chiosco con il panorama del laghetto davanti: Jane e Peter, londinesi in vacanza, si godono il fresco e leggono ognuno il suo libro. A completare quel quadretto tipico della campagna inglese, ci si mette anche Francesco Di Paolantonio, pescarese, che al parco si reca per raccogliere le more selvatiche dei rovi. Nel romantico laghetto, il guano di piccioni, gabbiani e paperelle, si deposita nel fondo. Il Comune ha fatto installare delle grate per filtrare le acque, ma, forse, il laghetto avrebbe bisogno di una pulizia più approfondita.
I cultori del footing, cuffiette alle orecchie e cane al guinzaglio, girano lungo il perimetro dei percorsi vita, che in realtà sono strisce di terra battuta, fangose quando piove. Un bagno chimico, posto all’ingresso di via Scarfoglio, in verità pulito e profumato, sostituisce il casotto, accanto all’area giochi dei bimbi, con i lucchetti che sigillano le porte. Ci sono i bagni che funzionano, riferisce l’assessore e sono quelli «del comparto nelle vicinanze dello stadio». 53 ettari di terra e neppure un punto ristoro. Lo vorrebbe mettere su il gelataio del bar Pineta, Davide Fingo.
Frequentatori storici della pineta riferiscono che «un tempo qui, in primavera, si celebravano le feste degli alberi».