Un giudice popolare: Bussi sentenza giusta, però...

4 Febbraio 2015

«In camera di consiglio eravamo divisi tra la ragione e il sentimento»

PESCARA. «A caldo, dopo la lettura della sentenza di Bussi, ero molto amareggiata perché il processo è stato delicato, complesso e parlava del territorio, della collettività. Ma credo che la sentenza di Bussi sia stata giuridicamente giusta anche perché, da cittadina, devo credere nella giustizia. Sul piano sociale e il profilo più emotivo direi invece di no: Davide ha sconfitto Golia».

Rosella Barchiesi è stata una dei sei giudici popolari della Corte d’Assise di Chieti nel processo sulla mega-discarica, una delle pagine ambientali più tristi della regione terminata con l’assoluzione dei 19 imputati della Montedison dal reato di avvelenamento delle acque e con il disastro doloso derubricato in colposo e dichiarato prescritto. Barchiesi, 51 anni, casalinga originaria di Penne e residente a Pescara, per quasi due anni ha guardato all’aula dove andava in scena lo scontro tra accusa e difesa seduta accanto alle sue colleghe, altre cinque donne sorteggiate per fare parte della giuria popolare e guidate dal presidente della Corte d’Assise Camillo Romandini e dal giudice a latere Paolo Di Geronimo.

«Sentenza giusta giuridicamente ma non sul piano sociale». «E’ stata una sofferenza», racconta il giudice popolare, «la sera prima della sentenza non ho dormito perché ho avvertito il peso della responsabilità anche se il giudice popolare può arrivare fino a un certo punto. Ma quando ho accettato di rivestire questo ruolo l’ho fatto con impegno e ne ho sentito il dovere, d’altronde noi giudici popolari siamo la voce diretta del popolo e sarebbe bello se la nostra figura venisse valorizzata. Eppure dopo la sentenza», prosegue Barchiesi, «mi sono sentita vittima del giudizio di chi incontravo per strada. A queste persone vorrei spiegare che un processo non è così semplice, che una parola può avere un’interpretazione diversa ed è qui che si gioca tutto: nel processo di Bussi si è giocato tutto nella differenza tra dolo e colpa».

Ci sono anche ragione e sentimento in un’aula di giustizia ed è quello che ha provato il giudice popolare: da un lato il codice, orientarsi tra le norme e il linguaggio tecnico e dall’altro l’emozione e un giudizio che, però, non può formarsi sulla scia emotiva ma deve restare nei ranghi della legge. E il processo di Bussi, parlando di acqua, di un bene primario, è quello che maggiormente ha toccato i cittadini e ferito un’area che, come hanno sancito le stesse motivazioni della sentenza, «è gravemente inquinata, è fortemente compromessa». Eppure, l’amore per il territorio, come racconta Barchiesi, non ha preso il sopravvento perché, come dice la donna, «è vero che io sono molto legata al mio territorio, ma questo non mi ha impedito di avere in aula un atteggiamento neutro. L’inquinamento c’è e la Montedison non l’ha mai negato», dice ancora, «le difese degli avvocati hanno sempre ammesso l’inquinamento e hanno parlato della bonifica ma si sono tirate indietro solo di fronte al dolo».

«Dati allarmanti, ma in un processo bisogna verificare». Al processo di Chieti sono passati grandi avvocati per difendere i 19 imputati della Montedison e, tra questi, anche l’ex ministro della Giustizia Paola Severino. «Un’altra cosa nuova per me, poter ascoltare questi grandi nomi: la Severino ci ha erudite», ricorda il giudice popolare riferendosi all’arringa dell’ex ministro ma citando anche Cristina Gerardis, l’avvocato dello Stato parte civile nel processo che depositò la relazione choc dell’Istituto nazionale di sanità, quello che disse che «700mila persone avevano bevuto acqua contaminata». «Cosa pensai di fronte a quella relazione? Rimasi colpita dal dato allarmante», dice Barchiesi, «ma durante un processo non ci si può fermare, bisogna verificare. Avevo avvertito che poteva esserci di fondo quella verità ma c’era il dovere di vagliarla: da una parte c’era il territorio e dall’altro un problema etico, rispondere alla libertà dei 19 imputati, non sopprimerla».

«Non sapevo molto della discarica prima di fare il giurato». Barchiesi ha fatto parte della giuria popolare insieme a Margherita Sborgia, Silvana Buccella, Maria Rosaria Biondi, Letizia Martini e Daniela Spadolini e per lei era la prima volta. «Quando sono stata sorteggiata non sapevo che avrei fatto parte della giuria del processo di Bussi. Ma non ho esitato, volevo rendermi utile». Ma prima di iniziare a prendere confidenza con le sostanze tossiche e la guerra di perizie la giurata ammette: «Avevo solo sentito parlare del problema ma non sapevo che il processo fosse così mediatico, non pensavo alla gravità né sapevo del numero così alto di imputati», dice Barchiesi che delle tante udienze ricorda anche l’atteggiamento della procura, dei pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli. «Appassionati, direi, credo che ce l’abbiano messa tutta», così come gli avvocati della Montedison vengono definiti «seri, attenti. Li sapevo forti», continua il giudice popolare, «e invece da parte della Montedison c’è stata lealtà e nessuna forma di intimidazione, di manipolazione. Ognuno ha fatto il suo lavoro con persone tutte valide e serie iniziando dai giudici», prosegue ancora la donna che, come le altre giurate, è stata preparata e guidata nei tecnicismi di un’inchiesta complessa dai giudici togati.

«La camera di consiglio? Non tutte noi sulla stessa linea». «Prima di iniziare», spiega ancora, «abbiamo fatto delle riunioni in cui soprattutto i giudici ci dicevano di stare attenti e di ascoltare con attenzione e, infatti, sia io che le mie colleghe abbiamo preso sempre appunti. Poi sono stati i giudici togati a spiegarci, a sottolinearci i concetti. Alle prime udienze, forse, si è un po’ disorientati ma poi si entra nel meccanismo ed è come si ci si educasse da soli. Forse, alla fine, durante la camera di consiglio, non tutte noi eravamo sulla stessa linea», dice ancora aggiungendo che nel momento della decisione i popolari sono «stati attivi».

«Sul piano sociale Davide ha sconfitto Golia». C’è una frase rimasta impressa nel giurato dopo tante udienze ed è quella pronunciata dall’avvocatura dello Stato: «Gerardis disse che avremmo potuto rappresentare un punto di rottura del sistema perché per lei qualsiasi rivoluzione ha un momento di rottura tra il vecchio e il nuovo». La sentenza di Bussi, alla fine, si è allineata con la recente giurisprudenza non condannato gli imputati per il reato di avvelenamento delle acque ma, conclude il giurato: «La valutazione degli atti è stata quella, ci siamo dovuti rendere conto delle limitazioni e occorrerebbe anzi auspico una forma di aggiornamento delle leggi. Mi sarebbe piaciuto, ma qui entra in gioco il piano emotivo, arrivare a quel punto di rottura di cui ha parlato la Gerardis ma, poi, c’è il rispetto del codice. Sul piano sociale direi che sì: Davide ha sconfitto Golia».

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