Un medico in prima linea nelle catastrofi

Albani, primario del Pronto soccorso e dottore delle emergenze da Lampedusa ad Amatrice: «Gli eroi sono pericolosi»
PESCARA. Un antieroe in lotta quotidiana con la sofferenza degli altri. Alberto Albani, classe 1954, radici romane, lavoro e famiglia voluti e cresciuti a Pescara, primario del Pronto soccorso dell’ospedale, per carattere, professione e scelta di vita ha deciso di trovarsi sempre in prima linea nelle situazioni estreme, anche se non crede negli eroi. Anzi, a dirla tutta trova gli eroi «pericolosi».
L’ultimo “attacco” al dolore, in ordine di tempo, il dottore delle emergenze lo ha sferrato giusto un mese fa: pochi minuti dopo la scossa che la notte del 24 agosto ha sgretolato Amatrice e altri paesi del centro Italia, lui, membro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta, il Cisom, è stato allertato e con lo staff di medici e infermieri del Pronto soccorso sono partiti subito, per arrivare intorno alle 8.30 davanti al disastro, prima della sua squadra solo quella della più vicina L’Aquila.
«Tutto quello che si può fare per la gente in queste situazioni avviene nelle prime 48 ore», spiega. «Poi il miracolo ci sta, per fortuna, ma ciò che si può salvare, credetemi, lo salvi nelle prime 48 ore. Prendendo decisioni difficili, un triage di guerra, senza fermarsi mai, senza lavarsi, sbarbarsi, mangiare quasi, e con la testa che cammina a velocità incredibile. Poi arrivano le tende, le coperte, il cibo a rinfrancare. Ma io faccio parte del primo intervento del Cisom per la valutazione delle grandi catastrofi, dunque per stimare dal punto di vista medico e logistico il da farsi».
Quindi visitare i feriti appena estratti dalle macerie, capirne lo stato, fare un primo quadro clinico, coordinare la distribuzione dei pazienti nei vari ospedali, accompagnare feriti in elicottero fino al Pronto soccorso, affidarli alle cure dei colleghi, ripartire alla volta della tragedia e ricominciare.
Di tutto questo Albani parla senza lasciar trapelare emozioni, asciutto e serio. «Quelle le tengo per me», osserva, «a me si chiede di salvare vite non di commuovermi. E se posso farlo, ci tengo a dirlo, è perché con me ci sono persone grandiose, uno staff preparato e dedito, intelligente e compatto. Senza una squadra così non si combina nulla, da soli non si è nessuno nell’emergenza. Nel pronto soccorso non esiste l'eroe, se funziona è per l’equipe. Anzi l’eroe fa danni, perché crede di poter agire da solo, mentre l’efficacia si ottiene con la squadra, dai barellieri ai medici, che deve sapere che fare in ogni momento. Come un’orchestra».
Albani la dirige e suona i suoi strumenti da Lampedusa – da tre anni, due volte l’anno, con alcuni infermieri del Pronto soccorso pescarese partecipa alle operazioni di soccorso dei migranti, a bordo delle motovedette della guardia costiera – all’Antartide, medico dell'Enea in una base italiana per assicurare la copertura sanitaria . «Cosa mi porto dentro di queste esperienze? Ad Amatrice abbiamo capito subito che c'era poco da fare, purtroppo, che l’entità dei danni era pesante e molte sarebbero state le vittime. Ricordo l’impressionante senso della potenza della natura e della fragilità dell’uomo. Ero in uno scenario di guerra e pensavo ai bombardamenti ad Aleppo di quei giorni: non ci basta la crudeltà della natura, lì ci facciamo del male da soli, ci procuriamo dolore. L’uokmo è un animale strano. Ma in emergenza bisogna estraniarsi dalla realtà circostante», aggiunge, «e applicare protocolli con lucidità e calma. Il peggio arriva dopo, la notte... Io mi ricordo tutti i giovani che sono morti qui, nel mio Pronto soccorso, ragazzi con motorini, incidenti in auto... Mi vengono in mente tanti episodi, ma non ti devi fare influenzare, e in questo aiuta l'equipe, perché ci si ritrova, ci si parla, si prende un caffè si elabora, si sublimano le angosce».
La passione per la medicina d’urgenza in Albani nasce apparentemente per caso, in realtà era scritta nei suoi geni. L’approdo in Abruzzo del primario risale al 1980, arruolato come ufficiale medico nell'allora battaglione allievi carabinieri a Chieti, «anche se prima ancora venivo in questa regione a sciare», ricorda, «e mi piaceva molto». Quindi. medico internista e pneumologo, coglie al volo l’opportunità di un avviso pubblico dell’ospedale di Popoli, è primo in graduatoria e vince il posto. Negli anni Novanta eccolo all’ospedale di Pescara. Partecipa al concorso per guidare il Pronto soccorso e dal 1° maggio del 2000 è al timone del reparto. «Mi piacciono le sfide e le nuove esperienze», racconta, «volevo provare qualcosa di diverso». E portarlo. Con il suo arrivo il Pronto soccorso cambia radicalmente: è lui a introdurre il triage, ovvero l’accesso alle cure in base al codice di gravità del paziente e non all’ordine di arrivo. «Se è stato possibile creare un Pronto soccorso moderno è perché qui ci sono medici e infermieri eccezionali», sottolinea. «Abbiamo avuto un voto altissimo, 8,4 con media nazionale di 5,4, nelle valutazioni di efficienza, a fronte di spazi angusti, e garantiamo una qualità assoluta del servizio. Lo so che è invece percepita bassa a causa di attese. problemi e carenze di personalee spazi. Ma qui c’è il massimo e con attrezzature all’avanguardia», ribadisce con orgoglio. Poi smussa i meriti: «Sa, io sono un curioso, guardo molto anche quello che viene fatto all’estero e sono un fautore del “copia e incolla”: se vedo qualcosa che funziona semplicemente la copio». Dodici anni fa comincia la battaglia per il nuovo Pronto soccorso, battaglia che lo vede ancora in prima linea e che appare vinta: pochi giorni fa è stato aperto il cantiere che raddoppierà spazi e possibilità del reparto. «Ora punto a far partire la medicina di urgenza, ovvero un reparto che hanno tutti i grandi ospedali. Lo spazio presto ci sarà».
Sposato con Adriana, oculista, tre figli grandi: uno laureato in ingegneria gestionale, uno in giurisprudenza e l’altro che segue le orme di padre e madre studiando medicina, Albani ha il gusto della vita. Forse proprio perché ne conosce a fondo il carattere effimero. Dunque si riposa leggendo e ascoltando musica, se la cava in cucina ed è un buongustaio, gradisce un buon sigaro e un rum dopo cena «come tutti i marinai», osserva. Si perché Albani ama incondizionatamente il mare: ha solcato l’Atlantico in barca a vela, partecipa a regate e medita di affrontare il Pacifico, «dal Canale di Panama alle Isole Marchesi», annuncia sorridendo. «La vela insegna tanto: il rispetto per la natura, che prima di comandare devi sapere ubbidire, il valore dell'equipaggio su tutto». «Mi piace la vita, se morissi ora non avrei rimpianti, in 62 anni ho fatto quello che volevo fare».
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