Un milione all’agente infettato in carcere

24 Giugno 2019

Si ammala di legionella e finisce in lista d’attesa per il trapianto del cuore: il ministero di Giustizia deve risarcirlo

L’AQUILA. La sua condanna è stata pesantissima perché si è ammalato in carcere di legionella ed è finito in lista d'attesa per il trapianto del cuore. Mario, un nome di fantasia per tutelarne la privacy, però non è un detenuto ma un assistente capo della polizia penitenziaria al quale lo Stato dovrà risarcire un milione di euro. Così ha sentenziato il Tribunale amministrativo regionale.
Lavorava nel carcere aquilano, Mario, dove 8 anni fa si è infettato ed è rimasto invalido al cento per cento. Da quel momento è cominciata una battaglia legale finita solo sabato scorso quando l’assistente capo, residente all’Aquila e ormai sessantenne, ha ottenuto giustizia. Il Tar dell'Aquila, presieduto dal giudice Umberto Realfonzo, gli ha riconosciuto la causa di servizio e il diritto di essere risarcito del danno sia biologico, per il trapianto del cuore che dovrà subìre, sia patrimoniale per aver dovuto rinunciare a una parte dello stipendio. Per il Tribunale amministrativo, la legionella senza alcun dubbio venne contratta da Mario bevendo l’acqua della caserma del carcere dove prestava servizio.
I FATTI. È la fine di ottobre del 2011 quando l’assistente capo si infetta nel luogo di lavoro, all’interno del carcere, e poi si ammala di polmonite che gli causa anche un grave scompenso cardiaco. Resta ricoverato in ospedale per oltre un mese. Ma non guarisce.
E quando Mario chiede al ministero della Giustizia il riconoscimento del danno subìto, si vede rispendere di no. La vicenda così finisce, la prima volta, davanti ai giudici del tribunale civile dell’Aquila che però decidono di spogliarsi del caso, per difetto di giurisdizione, disponendo che il fascicolo del poliziotto in attesa del trapianto del cuore, finisca davanti al Tribunale amministrativo aquilano. E così è stato.
LA PERIZIA. Nel 2014 il Tar incarica un esperto di medicina legale, il professor Ildo Polidoro, direttore dell’Unità operativa complessa di Pescara, che risponderà poi a due quesiti: l’esistenza di un nesso di causa tra la legionellosi e la grave malattia cardiaca dell’assistente capo; e se il danno biologico ha causato un’invalidità permanente. Ma a questo punto facciamo un passo indietro. IGNORATI. Torniamo al 2012 quando il ministero della Giustizia nega la causa di servizio liquidando la richiesta dell’assistente capo con la frase: «In quanto non risultano sussistere nel tipo di prestazioni di lavoro rese disagi o strapazzi di particolare intensità».
Una frase che ora il Tar censura scrivendo che la «contrazione dell’infezione è avvenuta nel carcere come accertato dalle analisi di laboratorio eseguite sui campioni d’acqua prelevati il 29 novembre del 2011».
Allora venne anche esclusa la presenza del batterio nell’abitazione del poliziotto da una seconda verifica fatta a dicembre. E per ultimo, il Tar ricorda il ricovero di Mario in ospedale: «Per disturbi respiratori dovuti a legionellosi primitiva complicata da scompenso cardiaco».
GIUSTIZIA È FATTA. Perché il ministero i non ha tenuto conto di questi tre indizi? Lo stesso tribunale amministrativo se lo domanda quando scrive nelle sentenza: «Tra i fatti di servizio da valutare, e del tutto omessi nella motivazione, vi era, per l’appunto, l’infestazione della caserma, in cui prestava servizio il ricorrente, del batterio della legionella».
Così il Tar ha riconosciuto la causa di servizio e sulla base del codice civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica dei propri dipendenti, e delle risposte di Polidoro, ha condannato il ministero al maxi risarcimento a Mario che ora dovrà affrontare la prova più dura, il trapianto del cuore.
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