Un potente afrodisiaco mitizzato da secoli di cucina e letteratura

Da Lucrezia Borgia ai ciarlatani, fino ai cuochi della Francia E le Università di Monaco e Lubecca confermano gli effetti
PESCARA. Sua maestà il tartufo è mitizzato fin dall’antichità, in letteratura o in cucina, e più recentemente al cinema. Per le sue proprietà culinarie e afrodisiache. Prendete Bartolomeo Sacchi, famoso come “il Platina”. Dette l’imprimatur scientifico al “diamante della terra” quando, nel 1474, pubblicò a Roma il libro De honesta voluptate et valetudine. Arrivando a scrivere: «…È un eccitante della lussuria, perciò è servito frequentemente nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere. Se questo viene fatto al fine di procreare, è cosa lodevole. Se invece si fa a scopo di libidine (come sono soliti fare parecchi oziosi ed intemperanti) è cosa quanto mai detestabile».
Lo amava anche Lucrezia Borgia e lo adoravano pure gli chef francesi. Il cuoco bolognese Baldassare Pisanelli, nel suo Trattato della natura de’ cibi e del bere (1583), ne esaltava le proprietà culinarie ed erotiche. Nasce proprio in questo periodo la figura dei ciarlatani, grandi esperti di tartufo: il termine deriva da “cerretano” e indica gli abitanti di Cerreto, una delle patrie del prezioso fungo ipogeo. I ciarlatani cavalcarono l’onda e iniziarono a preparare elisir d’amore all’essenza del tartufo nero che poi vendevano in ogni dove. Per Castore Durante, famoso botanico del Cinquecento, che fu anche medico del Papa, quei funghi potevano stimolare gli appetiti venerei proprio perché «hanno sapore di carne». Ma alle caratteristiche afrodisiache del tartufo si contrapponevano le ricette, decisamente più caste, delle suore di clausura, amanti del tartufo e alla ricerca di sempre nuovi modi per cucinarlo ed esaltarne le proprietà. La scrittrice Giovanna Casagrande ha scovato negli archivi di un convento perugino una ricetta, poi riportata nel libro Gola e preghiera nella clausura dell’ultimo ‘500. Nel 1825 il libidinoso tartufo continua a stupire con le sue doti. Brillat-Savarin, politico e gastronomo francese, nella sua Fisiologia del Gusto scrive: «Colui che dice tartufo pronuncia una grande parola che risveglia ricordi erotici e golosi...».
Ma è davvero così? Per i ricercatori delle università di Monaco e di Lubecca gli effetti afrodisiaci del tartufo sono reali e vanno attribuiti alla presenza, tra le sue molecole, di sostanze odorose che agiscono al livello olfattivo sia in certi animali che nell’uomo, determinando una sottile, inconsapevole attrazione sessuale per l’altro sesso. Pare, infatti, che alcuni tipi di tartufi contengano un composto di tipo steroideo che possiede un odore particolarmente intenso. In altri tipi di tartufi è stata riscontrata una sostanza simile al testosterone (alfa-androstenolo). E se lo dice la scienza.
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